D’autunno qui a Tel Aviv non cadono le foglie. Davvero, non cadono, e in effetti non ci sono ippocastani e castagne matte, né alberi che prendono tutti i colori dal giallo al rosso e ritorno. Anche a questo ci si abitua, soprattutto se l’altro lato della medaglia è che si va in spiaggia fino a fine ottobre, a volte oltre.

Quel che succede invece, d’ottobre come di gennaio e d’agosto, è lo sbarco dei “nuovi” – studenti o nuovi immigrati, che più son giovani e più avranno facilità con la lingua, mentre più sono attempati e più si sapranno organizzare utilizzando tutta la saggezza accumulata negli anni stanziali. I tempi di arrivo corrispondono in autunno all’inizio dell’università, mentre in inverno ed estate all’inizio dei programmi di cinque mesi degli Ulpan.

Il mio è stato un arrivo invernale, e come Ola Chadashà, quindi i primi giorni sono stati un bel concentrato di burocrazia – quel che non ci ammazza ci rende più forti, dice. Ma per fortuna il vero tessuto del mio arrivo è stato l’accoglienza (nel mio caso a Gerusalemme) di amici vecchi e nuovi, che hanno fatto da banca di affetto e di esperienza, aperta a tutte le ore, per tutti i primi lunghi mesi.

Oggi, a quasi sei anni da quei giorni, mi accorgo che destino di ogni Ole Chadash è di passare poi quasi subito dal lato di chi chiede a quello che provvede risposte e consigli e spiegazioni a quanti arrivati anche poco dopo di noi. C’è chi lo fa in maniera più organizzata – io collaboro con una associazione che si occupa proprio di Olim Chadashim con istruzione universitaria (Gvahim) – e chi più semplicemente diventa un centralino di informazioni pratiche, oppure apre la casa ogni shabbat ai nuovi arrivati.

Ben arrivati super-nuovi, che in un batter d’occhio saranno quasi-nuovi, e poi non-tanto-nuovi, ma meglio così (ché vuol dire che sono rimasti).

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Pubblicato in “Pagine Ebraiche” di oggi – http://moked.it/unione_informa/131014/131014.html

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