Sui muri del mio appartamento telavivese c’è una sottile crepa, come un’onda che percorre tutto l’appartamento da sud a nord. Al momento di prendere in affitto la casa, chiesi ai vicini se è cosa di cui preoccuparsi, e la risposta fu che di quelle crepe ce ne sono ad ogni piano di ogni palazzo di Tel Aviv costruito negli anni Cinquanta e Sessanta, e sono ancora tutti in piedi. I vicini non avevano interessi particolari che io affittassi o meno. E se va bene a loro che son qui da trent’anni, andrà bene anche a me, e speruma bìn, come si dice a Torino.

Negli anni poi, la crepa non si è mossa di un millimetro. Ultimamente però, la guardo con maggiore attenzione. Lei non è migrata e non si è allargata, ma a Tiberiade (135 km da Tel Aviv) c’è un terremoto – leggero ma sensibile – un giorno sì e uno no, nelle ultime settimane. Al telegiornale hanno fatto il paragone con lo sciame sismico dell’Emilia del 2012 e si può solo sperare che esagerino un po’. Però per non essere a posteriori nel torto, Netanyahu ha fatto partire le esercitazioni in caso di terremoti più pericolosi: al tiggì si vedono bimbi che al via della maestra si buttano sotto i banchi, e le pubblicità progresso spiegano amichevolmente che se siamo in ufficio o a casa e sentiamo che tutto si muove sotto e intorno a noi, è probabile che sia un terremoto (!), e dobbiamo andare in fretta nella stanza “mamad” antimissile oppure uscire all’aperto. Nessuno che dica di mettersi sotto gli architrave, forse perché qui le case paiono fatte di lego bianco, e anche gli architrave non sono ‘sta gran sicurezza.

Buffo poi, come, abituati a tutt’altro genere di emergenze nazionali, l’ipotesi terremoto venga vissuta con un fatalismo disarmante. Eh, siamo sulla faglia siro-africana da un tremila anni, che ci vuoi fare…

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Pubblicato su Pagine Ebraiche 24 – http://moked.it/unione_informa/131028/131028.html

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