Israele è una droga pesante. Dovrebbero avvisare tutti quelli che fanno l’alyiah, altro che il librino della Agenzia Ebraica con la lista degli uffici postali. Sì, te ne puoi anche andare, ma sai che disintossicazione poi. E chissà se funziona o passi la vita come uno zombie, lontano da qui. Meglio stare, e svegliarsi in perfetto stato di grazia, in mezzo alla dose quotidiana, ogni mattina.

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Le pietre, la sabbia, la polvere, il cielo mai netto mai pulito, mai di montagna nemmeno in montagna, le facce assonnate dei soldati in trasferta e quelle contente dei ragazzini in gita ovunque, la catena che lega passato a futuro a volte invisibile a volte lì davanti a te, scintillante di generazioni in camicia bianca fuori dai pantaloni.

E i momenti di nostalgia del prima, dell’altrove, si sa, son momenti in cui tempo e luogo non coincidono. Disconnessioni temporanee, che il primo notiziario ascoltato senza volere dalle porte aperte di un autobus alla fermata richiude quasi subito.

L’essere qui e adesso ritorna, una sensazione fisica di radici che penetrano il terreno ovunque ci si fermi per più di un minuto. Non serve togliersi le scarpe e continuare a piedi nudi, cosa che a volte però capita lo stesso.

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