I miei ritorni in Israele dopo vacanze italiane sono spesso notturni, e all’arrivo sopra Tel Aviv tutta la città, anzi tutto il Gush Dan almeno, la macrocittà agglomerata, è una fitta ragnatela arancione di luci. Da terra, giuro, sono bianche, ma dall’altezza dei dieci minuti prima dell’atterraggio tutte le luci dei lampioni e l’illuminazione delle autostrade prendono una tonalità di tenue arancio, che pare estendersi da Haifa a Gaza senza soluzione di continuità.

TLV arancione

L’alba è ancora molto lontana, è il momento più buio e più freddo della notte, ma la notte per me di solito non c’è proprio stata. Il check-in è sempre più remoto e notturno a Malpensa, dove El Al è un appestato in quarantena permanente, senza più alcun contatto con il resto dell’aeroporto. Un corridoio lunghissimo porta ai banchi dei check-in molto pericolosi o molto protetti, non so che cosa mi piace di meno. Ghetto effettivo se non dichiarato.

Per fortuna, dall’alto del mio passaporto israeliano, il passaggio della sicurezza è da anni ormai una chiacchierata spensierata con un/una giovane che si annoia tremendamente a fare le stesse quattro domande a tutti i passeggeri, e mi diverto a fare il contro interrogatorio. E’ spesso la prima volta che posso parlare in ebraico, dopo la sospensione nello spazio e nel tempo che è la vacanza. Ta’anug (un piacere)!

Ora che si parte sarebbe davvero ora di dormire, ma è raro che io ci riesca. Quindi all’arrivo le luci arancioni di casa sono molto benvenute perché significano l’avvicinarsi del mio proprio cuscino. E anche una sola ora di sonno a quel punto è un miraggio. Soprattutto se il volo è stato un coro di pianti di peraltro adorabili bambini, e chiacchiere del personale di bordo, e qualche scossone sopra la Grecia, e il vicino di sedile che russa sonoramente.

Viva l’arancione, colore prima dell’alba, che vuole dire che sono tornata a casa mia.

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Da Pagine Ebraiche 24 di lunedì – http://moked.it/unione_informa/131230/131230.html

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