Nella Casa degli Artisti sotto casa mia è in corso una bella mostra, che nessun israeliano avrebbe veramente bisogno di vedere. Ai muri bianchissimi sono appesi quadri enormi quasi completamente monocromatici che vanno dal giallino al’ocra, con qualche pennellata di marroncino e una virata al rosa qua e là. Sono orizzonti appena definiti da linee in lontananza. Titolo: chamsin. Cioè sharav o scirocco.

Come già accennato in precedenti Oltremare, il chamsin è una condizione atmosferica a dir poco sgradevole fatta di sabbia in sospensione nell’aria, caldo soffocante e vento caldo. Non risparmia niente e nessuno. La vegetazione si accartoccia, i gatti vanno al rallentatore per giorni in attesa di tempi migliori, noi umani anche stando tappati in casa o in ufficio in aria condizionata non stiamo meglio: la pelle tira, la sete aumenta e non si placa.

E c’è questo effetto visivo, di ingiallimento di tutto quello che ci circonda.

Io poi, cittadina per eccellenza, il chamsin lo sento arrivare. Manco fossi un contadino con 50 generazioni di terra sotto le unghie. Mi dà un preavviso di 36/24 ore: una notte insonne, un senso di irrequietezza senza apparenti ragioni, la gola secca. Il giorno dopo il telegiornale regolarmente annuncia l’arrivo del chamsin, e io mi dico “ah, ecco!” Ma tanto, preavviso o meno, ha da passare e non ci si può fare molto.

Ecco, la rassegnazione con la quale qui si vivono quelle giornate infinite di caldo soffocante, nelle quali sembra che il cielo (giallino-rosato) si sia trasformato in un immenso phon (nel senso dell’asciugacapelli), è un vero traguardo per me. Mi preparo con solerzia e imparo dagli errori, ma per adesso il risultato è lontano dall’essere raggiunto. Consumo ettolitri di acqua e chili di crema idratante. Ancora oggi, dopo sei anni in Israele, un chamsin di oltre due giorni mi spezza le gambe e impedisce ogni pensiero costruttivo. Ma verrà il giorno che anche io riderò del chamsin, giuro.

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Pubblicato lunedì su http://moked.it/unione_informa/140120/140120.html

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