Quando si va a vivere in una nuova città, ancor più in un nuovo paese, una delle cose quotidiane che cambiano intorno a noi sono i nomi delle strade e dei quartieri. In Italia, le vie del centro sono intitolate agli eroi del Risorgimento, ai caduti della patria e a date – a volte del tutto decontestualizzate, come Corso XXII Marzo; oppure a santi, martiri e papi. Forse a Roma più papi e a Torino più Risorgimento, ma son questioni di campanilismo. Comunque, la storia d’Italia almeno dall’Impero Romano in qua è di una certa utilità per mettere una faccia o almeno fulgide gesta ai nomi messi agli angoli delle strade.

A Tel Aviv, la spina dorsale della mia vita quotidiana è Rehov Ivn Gviròl (o Ibn Gabiròl, secondo la dizione meno vicina all’ebraico parlato). E fino a pochi giorni fa non mi ero mai domandata chi fosse. Avevo un vago ricordo di qualcosa di poetico riguardante quel nome, ma non avendo studiato in una scuola israeliana dalla prima elementare all’università, non avevo mai dovuto occuparmi di chi fosse stato. Perché gli sia stata intitolata una delle strade principali del centro della prima città ebraica d’Israele, questo Ivn Gviròl sarà pur stato un pezzo grosso.  Ibn_Gabirol

Dunque per iniziare, se wikipedia è una fonte attendibile, si chiamava Solomon di primo nome. Poeta (fulgido) e filosofo (illuminato, considerato il traghettatore del Neoplatonismo al mondo ebraico), era andaluso ed ha vissuto fra il 1021 e il 1058 fra Malaga e Valencia. Ha scritto fra l’altro una grammatica ebraica in versi, che formano un acrostico, nella quale sgrida i contemporanei per aver abbandonato l’uso dell’ebraico. Insomma Ivn Gviròl era un eroe della linguistica, paladino della nostra lingua.

Adesso so perché è stato messo parallelo a Rehov Ben Yehuda, dedicata all’inventore dell’ebraico moderno. Con in mezzo Rehov Dizengoff, in onore al maximo sindaco di Tel Aviv, Ivn Gvirol e Ben Yehuda si allungano per tutta la città, dialogando da sud a nord, e probabilmente discutono dell’ebraico povero e semplificato che ascoltano.
E certo ridono dei nostri “Tov, yalla, bye!”, misti di ebraico-arabo-inglese con i quali ci salutiamo, passeggiando sui loro marciapiedi.

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Pubblicato su Pagine Ebraiche 24: http://moked.it/unione_informa/140210/140210.html
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