Achuzat Bayit è stato il nome originale di Tel Aviv, e chissà se la città avrebbe avuto il successo odierno se non avesse cambiato nome. Con subito lì quella lettera “chet” dal suono gutturale raschiato che solo gli Yemeniti sanno ancora pronunciare come si deve, non proprio un invito all’ascolto. E poi la parola bayt, casa, quasi messa a bilanciare, addolcire il senso ed il suono. Però, come per Tel Aviv, anche una Achuzat Bayit sarebbe stata ben difficile da storpiare: altro che la petrosa Zfat che diventa una morbida Safed per il naturale bisogno di vocali delle lingue non semitiche.

Il fatto di usare l’ebraico era così un vanto, all’epoca, che a volte si esagerava un po’: la prima bambina nata nella nuova città si è chiamata Achùza, nientemeno. Un bijioux di nome, poverina. D’altra parte in epoche patriottiche bambine italiane si sono chiamate a frotte “Italia” e “Libera” o “Libertà”.
Con il passaggio al più solare “Tel Aviv”, Achuzat Bayit è rimasta come nome di strada, per inciso l’indirizzo del mio primo lavoro israeliano. Un solo isolato, una stradina stretta che va da sud a nord parallela a Allenby, schiacciata fra un palazzo anonimo degli anni Sessanta smangiato dal salmastro, e un palazzo in eterna costruzione, eccezione alla velocità supersonica della crescita dei grattacieli da queste parti. Ma è a un passo dal glorioso Kolbo HaShalom, il Numero Uno della collezione, il grattacielo che è stato per decenni l’unico Gulliver nella piatta e bianca Llilliput di casette di massimo tre piani.

Un giorno a qualcuno verrà in mente di riqualificare la storica Achuzat Bayit, e sarà troppo tardi perchè del brevissimo isolato non è rimasto neanche un palazzo o casetta degli anni della fondazione. Noi europei questa poca considerazione del passato architettonico no la capiamo: proprio nella terra epicentro del Passato per definizione. Ma a vedere i materiali con i quali è stata tirata su dalle dune questa città, probabilmente non c’era altro da fare che ricostruire: i restauri conservativi sono per luoghi più borghesi, e infatti partono dal Bauhaus in poi. Roba da europei.

______________________________

Pubblicato su Pagine Ebraiche online il 24 marzo – http://moked.it/unione_informa/140324/140324.html

______________________________