Il Shuk Hatikva è il cuore del quartiere Hatikva, tutto un programma di speranza: a sud di Tel Aviv, lontano dal mare e dall’agio di noi che camminiamo quando ci pare sulla Tayelet, sempre con un fianco alle onde. Il suono più familiare qui è quello autostradale delle arterie cittadine, Kibbutz Galuyiot a sud e Derech Hagana a nord.

Hatikva è un quartiere medio-periferico, dal quale si sogna di allontanarsi quando prima. Criminalità e immigrati clandestini due facce di una medaglia del tutto simile a ogni altra metropoli. Il mercato è un’isola colorata e allegra, i venditori rappresentano perfettamente il melting pot: facce di ogni variante dal rosa pallido al nero centrafricano. Le verdure e la frutta esposte rappresentano i gusti di chi le compererà: si trovano qui primizie di cui non saprei il nome in alcuna lingua, accanto ai prodotti locali riconoscibili e reperibili (molto meno freschi) al supermercato.

Il Shuk Hatikva batte 3 a zero il più centrale Shuk Hacarmel.
Primo: Hatikva è ombreggiato da teloni, Hacarmel no. Lì il sole coccia sui turisti americani che invadono il mercato strabordando dal mercatino degli artisti di Nahalat Benyamin, sui prodotti in vendita, e su noi telavivesi che vorremmo solo fare sta spesa in fretta e non perdere il venerdì mattina a fare la jimcana fra le macchine fotografiche e i cappelli da turista.
Secondo: la strada su cui aprono i banchi in Hatikva è larga e lo spazio fra i due lati è una passeggiata fra due ali di verdure. Il Shuk Hacarmel è angusto, ogni passeggino o carrello da spesa vi sale su un piede, i disgraziati che devono rifornire i banchi con carretti larghi un metro fanno una fatica da circo.
Terzo: Hatikva è compatto, tutta frutta e verdura e quasi zero cianfrusaglie e banchi di magliette imbecilli in pseudoplastica. Si arriva, si seleziona con gli occhi il banco giusto, si compra e si va a casa. Al Shuk Hacarmel, una insulsa mescolanza fra banchi di frutta e verdure e banchi che vendono qualunque altra cosa, di solito di pessima qualità, è una perdita di tempo e di pazienza.
Il vero snob telavivese fa la spesa solo in Hatikva, e io lo invidio un po’.

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Pubblicato in Pagine Ebraiche il 26 maggio 2014 – http://moked.it/unione_informa/140526/140526.html

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