E adesso basta. Smetto per un attimo di essere la brava ragazza neo-israeliana che scrive pezzi settimanali quasi edificanti sulla vita in guerra, e comincio a dire quello che penso.

Penso che dobbiamo, noi israeliani e non altri, fare uno sforzo sovrumano e costruire finalmente una società che per prima cosa sia fatta di condivisione e convivenza fra “noi”.
“Noi” che siamo in maggioranza ebrei, ma perfino fra ebrei emergono tensioni. La mancanza di rispetto reciproco fra chi è più e chi è meno religioso, o fra diverse provenienze (mizrachi, ashkenazi, russi) non può avere spazio in una società basata sulla realtà che siamo tutti ebrei ed israeliani. Il confronto politico che finisce spesso con l’accusa infamante all’altro di essere un traditore (linguaggio militare più che militante) non può portare che a fratture verticali e non rimarginabili nella kenesset e fuori. L’ultima volta che i toni sono saliti oltre la soglia del pericolo è stato assassinato Yitzhak Rabin mentre ci si cominciava a preoccupare seriamente per la deriva violenta di certe frange. Troppo tardi.
E poi, e necessariamente, c’è da mettere al centro un “noi” allargato a tutti: comprese le minoranze arabe israeliane, cristiane, beduine, e gli altri che vivono tutti insieme su qusto minuscolo pezzo di terra. Serve un esame di coscienza profondo sulla nostra società e sul suo futuro, che se non verrà fatto oggi, che sono ancora vivi almeno alcuni dei testimoni delle guerre e degli esodi di metà Novecento, perderà proporzione e senso. Siamo appena in tempo.

Dopodichè, e in parallelo, dobbiamo d’urgenza far scattare un click nei nostri cervelli e smettere di essere una società che accetta la guerra come parte integrante della propria vita. La guerra è per sua natura morte. Non ha nessun senso continuare a pensare che debba per forza far parte delle nostre vite. E’ un ossimoro che avvelena noi e le generazoni a venire, del tutto inaccettabile. Non possiamo vivere in ogni generazione sapendo che una percentuale dei nostri giovani è destinata a morire in guerra – per quanto quella percentuale sia bassa, è per se stessa impossibile da concepire.
E se il metodo per evitare che questa percentuale continui a ripresentarsi all’infinito è sedersi ad un tavolo e trattare su chilometri o perfino metri e insediamenti e campi e fonti d’acqua, si deve fare, e basta. Non c’è nessuna altra alternativa: un accordo di pace duratura e costruttiva con i nemici è probabilmente la parte più dolorosa per molti, ma non può più essere posticipato all’infinito.
Bisogna, oggi, metter fine alla cosiddetta Questione Palestinese, di cui Hamas è solo l’ultima deriva cancerosa.
Trattare con dei terroristi assassini? Meglio di no, ove possibile. Ma se non cerchiamo almeno interlocutori accettabili, con che cuore ci prendiamo noi la responsabilità davanti al futuro di esser stati quelli che non hanno saputo imbastire accordi che avrebbero potuto chiudere per sempre la stagione delle guerre ricorrenti e senza sosta?
C’è molto lavoro da fare, ma è davvero questione di vita o di morte. Le nostre, prima di tutto.

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