La stagione delle meduse è finita da un pezzo, anche se quest’anno nessuno l’ha notata siccome ha corrisposto quasi interamente con la guerra. I turisti, anche quelli che alla fine erano arrivati durante questa estate di sirene e soldati al fronte, sono ripartiti. L’acqua, sulle spiagge chiare di Tel Aviv, è ritornata limpida e si fa il bagno in mezzo ai pesci. Le scuole sono ricominciate. Stiamo tracimando verso la stagione della feste ebraiche e pochi parlano ancora dell’estate passata: sabato è perfino arrivata la pioggia, al Nord, a segnare la fine di una stagione e l’inizio di una cosa nuova. Forse non ancora l’autunno, ma qualcosa che ci distacca in modo naturale dall’estate del 2014, che qui nessuno rimpiangerà.

Intanto, il ministero del Turismo, uno dei settori più pesantemente colpiti, già da metà agosto tartassa i cittadini israeliani con una campagna strappalacrime in cui famiglie fanno da testimonial del turismo interno, cosa quasi del tutto sconosciuta all’israeliano medio, per il quale “vacanza uguale aereo”, uguale “uscire da Israele per ovunque”, basta che si debba prendere un aereo, appunto. Fanno quasi tenerezza, le famigliole riprese in luoghi ridenti del Nord (ovvio, adesso non esageriamo, il Sud del paese non è esattamente vendibile come prodotto turistico), che dicono “dafka adesso, siamo venuti qui a goderci le attività per i bambini, la piscina, eccetera”.

In quel “dafka”, sta tutta la filosofia della campagna: vuol dire “proprio”, quindi “proprio adesso”, ma anche “apposta”, per esprimere il fare una cosa di proposito. Senza il “dafka”, diciamolo chiaramente, non si capisce nulla della società israeliana. È la “microribellione” allo status quo, l’espressione di una libertà profonda, puerile, anarchica.
Israele stessa in senso lato, politicamente e filosoficamente, è “dafka”.

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Pubblicato su Pagine Ebriche 24 – http://moked.it/unione_informa/140908/140908.html

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