Quando uno sceglie di vivere in Israele per propria volontà, senza esserci nato né cresciuto, una cosa da fare è armarsi di pazienza e di una bella mappa dettagliata della zona. Perché si ha un bel dire che viviamo in una zona difficile e abbiamo vicini poco amichevoli. Finché uno non vede le proporzioni reali, chilometri alla mano, di questo angolo di mondo, non può rendersi conto del peso delle notizie che si rincorrono sui telegiornali.
Per esempio, come dovrebbe sapere ogni bambino di scuola media anche non israeliano, Israele confina per un tratto a nord-est con la Siria. Un tratto non breve e particolarmente complesso per via della annosa questione delle alture del Golan, conquistate da Israele nel ’67 e da allora luogo di gite e assaggi di vini locali per noi, e di revanscismo dal lato siriano. Come si sa, da anni ormai ‘rotolano’ in Israele (in alcuni casi più che letteralmente) feriti che non potrebbero essere curati in Siria, e la guerra civile da quel lato del confine è visibile dai vecchi avamposti della guerra dei Sei Giorni.
Da noi in Israele si dice sempre che, finché i nostri vicini si ammazzano fra loro, non fa niente. Ma poi in tivù vediamo le loro facce, e sono così simili alle nostre. Come l’immagine di qualche giorno fa, delle donne siriane strappate all’Isis che si tolgono i veli neri obbligatori sotto il califfato, e si producono nel grido festivo che sentiamo anche noi qui a ogni matrimonio o bar mitzva. La stessa tonalità acuta, lu-lu lu-lu-lu, lo stesso coprirsi la bocca perché non si veda la bocca aperta. Mi sono tolta una curiosità, e ho controllato: il luogo impervio del Kurdistan in cui quelle donne si liberavano dei veli è a 580 chilometri dal nostro confine.
E tra noi e loro ci sono Assad e l’Isis.

Daniela Fubini, Tel Aviv twitter @d_fubini

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