Il passare delle generazioni è di solito una espressione astratta. A meno che uno non si trovi per un’ora nel riquadro colorato pieno di fiori con intorno la bianchissima piazza rettangolare formata dall’Habima e dall’Auditorium, in centro a Tel Aviv. In centro alla mia Tel Aviv, se non altro. Come ogni città, oguno ha la sua.
Arrivando in una sera di inizio d’estate, alla fine di un giugno per niente appiccicaticcio e afoso, La spianata è occupata in maggioranza da bambini saltellanti e ovviamente a piedi nudi, che si appendono ai piccoli alberelli piantati pochi anni fa, quasi fatti su misura per loro, corrono o gattonano sui passaggi in legno fra le aiuole curatissime e dai colori così forti da dare un piccolo giramento di testa.
La luce del tramonto esalta il colore di ogni triangolo fiorito che compone il giardino, contro il bianco assoluto della piazza e dei palazzi intorno. La musica classica o jazz diffusa dagli altoparlanti mimetizzati nei gradini intorno al giardino, su cui ci si siede, aggiungerebbe un tocco di perfetta poesia, se non fosse che il brulicare di umanità e bambini la copre del tutto. Ma ecco che il passaggio delle generazioni avviene, sotto i nostri occhi.
Nel giro di un quarto d’ora, gradualmente scompaiono bambini, cani e genitori, e compaiono i nonni. Che devono essere quelli non di ‘turno babysitter’, se girano liberamente per la città.
Prima decine, poi centinaia di coppiette e gruppi di tre o quattro, mediamente eleganti per essere Israele, capelli brizzolati o bianchi, sembrano un club cui si acceda solo dopo aver compiuto 65 anni. Attraversano la piazza per entrare all’Auditorium o a teatro, si raccolgono in gruppetti, emanano una serenità che gli abitanti precedenti della piazza non conoscono ancora.
Se gli spettacoli costassero un po’ meno, forse questo radicale cambiamento di popolazione non avverrebbe, e i teatri sarebbero più pieni e multigenerazionali. Ma in questo, Tel Aviv è una città occidentale come tante altre.