In questi giorni torridi, che per noi sono assolutamente normali d’estate, ma comunque non piacevolissimi, mi colpiscono due cose.

Primo, che l’anno scorso esattamente in questi giorni non ne potevamo più di sirene e rifugi, e di missili e di quei pezzi di metallo che cadevano sui tetti, nei giardini e accanto agli asili. Non se ne parla molto, salvo per quanti hanno perduto un figlio fratello o marito a Gaza, e in questi giorni deve andare al cimitero a chiudere l’anno di lutto religioso. Sabato sera sulla Tayelet, a pochi metri da dove leggevamo in mezzo alla sabbia le lamentazioni di Eichà che danno inizio al digiuno del 9 di Av, è spuntato un mini-memoriale per uno dei caduti di Tzuk Eitan, che prima del richiamo giocava a beach volley in uno dei campi illuminati tutta la notte.

La seconda cosa che mi colpisce è che ultimamente mi è capitato, per ragioni di lavoro e non, di frequentare molti tetti. A Tel Aviv non hanno ancora raggiunto l’utilizzo intenso che se ne fa a New York, dove quasi ogni palazzo ha un tetto ricoperto di catrame scuro, se non abitabile, di certo attrezzabile anche per una singola festa o un ritrovo fra amici. Quando si cerca casa a New York, è automatico chiedere di vedere il tetto. E al tetto poi si sale spesso, magari solo per prendere aria, o il contrario, per fumare.
A Tel Aviv i tetti piatti sono sbiancati con una specie di palta bianchissima, che vorrebbe tenere lontano il calore. Tornando a casa da un evento o da una chiacchierata su di un tetto, ho imparato che le scarpe è meglio lasciarle fuori: sembrano le scarpe di un muratore. Quello che manca lassù è l’aria condizionata, ma se si è abbastanza vicini al mare la brezza notturna la sostituisce egregiamente.

Certo l’anno scorso nessuno avrebbe organizzato un evento su un tetto. Forse per questo quest’anno tutti si sono scatenati: il post-trauma declinato dai festaioli telavivesi.


Pubblicato il 27 luglio 2015 su Pagine Ebraiche 24 – http://moked.it/unione_informa/150727/150727.html//