Category: Ballata dell’isola di pietra


Le bandiere cominciano a sventolare dal giorno dopo Pesach, cioè due settimane prima di Yom HaAtzmaut (Giorno dell’Indipendenza, festa nazionale: fuochi d’artificio, scampagnate e barbecue d’ordinanza).

Dal mio arrivo in Israele, ogni anno – siamo al quinto – mi domando se la cosa sia organizzata in modo che nel giorno di Yom HaShoah, il nostro Giorno della Memoria, che cade proprio a metà fra fine Pesach e Yom HaAtzmaut, le bandiere bianche e blu abbiano già inondato il Paese, e con esse un’aria festiva. E’ il mestiere i qualunque bandiera, no, fare allegria?flags

Complice anche un deja-vu americano: il mio primo anno a Manhattan è stato il 2002, in pieno post-trauma da Undici Settembre, e tutta l’isola era stracolma di bandiere americane: ogni negozio, automobile, ogni entrata di palazzo. Stelle e strisce ubique.

In Italia l’inondazione di bandiere c’è stata invece nel marzo 2011, ma io non c’ero. Un reportage fotografico di mio padre mi ha avvicinata alla Torino  inedita, debordante di colori e quasi commovente. Era dalle Olimpiadi che non si vedeva tutto quel rosso. Torino quasi di nuovo capitale, eh, ci sarebbe forse piaciuto.

Che sia consolatorio o di pura celebrazione, tutto quel sventolare al vento di aprile non può fare che bene. Questa sera, vigilia di Yom HaShoah, come ogni anno sarò in un luogo affollato di giovani e di vecchi insieme; e soldati in divisa.

Fa bene al cuore vedere quel che siamo diventati, nonostante tutto, in sole tre generazioni.

.

Terza candelina, è arrivato il vento e sbatte contro i vetri.

Channukka3

La dedico al Central Park di Manhattan. Luogo ventoso e verde, il punto perfetto per seguire il passare delle stagioni in mezzo alla città più città che ci sia. L’ho visto arso dal sole, bagnato dai temporali, bianco di neve, colorato di rossi impossibili d’autunno o di rosa perfetti in primavera; l’ho attraversato da sola o in compagnia di mattina, pomeriggio, sera e notte.

Le mie quattro primavere newyorkesi han sempre avuto il Parco al centro. Su di lui  si misurava la geografia tutto intorno: era il perno per le definizioni di quartiere, di vicino e di lontano. Per me che vivevo accanto al fiume, rappresentava la vicinanza con la terra, nel senso più pagano e tattile. Madre Terra.

Un bel paradosso, visto che ogni pietra e ogni ruscello, ogni dosso e ogni prato sono il frutto di una pianificazione fatta al centimetro. Tutto umano, altro che natura. Forse però è proprio perchè è stato così fortemente voluto e pensato, che il Central Park è a misura d’uomo, e noi umani ci sentiamo così tanto a casa quando ci immergiamo nei suoi sentieri. Non ne ho le prove ma sospetto che il famoso punto da cui non si vede la città sia una leggenda.

Il Parco senza la città non avrebbe senso.

.

Il NYT sullo zerbino nei weekend era un po’ cliché, ma che bel cliché pieno, piacevole. Sapeva di caffè e French toast, Central Park, tempo per una manicure al volo, nuvole paffute, piccoli snobismi Upper West Sider, film con gli amici, cena Thai vegetariana, concerto in un giardino forse jazz forse no. 

Sì, la nostalgia è una brutta malattia, che si combatte riempiendo il quotidiano. E certo, il quotidiano telavivese non si risparmia in offerta e varietà. Però io qui ancora l’Haaretz del weekend non riesco a leggerlo e quando il venerdì lo vedo sugli zerbini dei vicini punge forte l’invidia e l’ego abbassa le orecchie.

Ripiego sull’edizione israeliana dell’Herald Tribune (in inglese), cugino povero o se non altro anoressico del New York Times – che pesava un chilo nudo, cioè tolti gli inserti pubblicitari. Il premio di consolazione è la sezione The Guide, una versione minimalista del Time Out NY. Quando rientro in Israele dall’estero in un giorno in mezzo alla settimana o peggio di domenica, e non ho il fido The Guide appoggiato al lato del divano, fino al venerdì successivo è una tortura: le fonti, signorina, controlli attentamente le fonti, era la frase preferita del mio primo capo, americano. Senza The Guide le fonti sono troppo sparpagliate su siti internet, chi lo sa cosa c’è al cinema a teatro in tivù e in città. Manca lo sguardo d’insieme.

Elogio dei giornali cartacei proprio in tempi difficili di testate intere a rischio immediato di chiusura, qui in Israele. Ma si sa, il tempismo non è mai stata la mia dote principale.

.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: