Category: Io c’ero


Arik Einstein

Se qualcuno volesse sapere che cosa vuol dire essere israeliani, dovrebbe venire oggi in Kikar Rabin a Tel Aviv all’una del pomeriggio. In un giorno di fine novembre e di scirocco secco, con 32 gradi e il sole offuscato dalla sabbia, Israele si raduna per salutare uno dei suoi grandi, e ad accompagnarlo fino al cimitero. Non un politico, non un leader, non un ideologo. Un cantante. “IL” cantante, come ha scritto il Presidente Peres: “colonna sonora dell’intera nazione”.

Arik Einstein è morto ieri sera improvvisamente, a 74 anni, e Israele stamattina si è svegliata orfana della sua voce calda e così famigliare, della sua modestia che gli si leggeva negli occhi anche quando – raramente – rilasciava interviste, e perfino nei film nei quali aveva recitato a inizio anni Settanta. Un attore, un cantante riservato, quasi timido. Concentrato sul fare musica e farla bene.

Le sue canzoni, che le radio mandano senza interruzione da ieri sera, sono davvero la colonna sonora del paese. Sono arrivate anche a noi che crescevamo in diaspora, perché sono canzoni così pure, così chiare nell’ebraico limpido di una volta, nei testi semplici senza essere banali. Su Arik Einstein abbiamo imparato quel poco di ebraico, accordato le chitarre, dedicato parole d’amore, immaginato una Israele nella quale si può parlare di pace dopo l’ultima guerra. “Anì ve atà neshanè et ha-’olam” – Io e te cambieremo il mondo.

Se ne è andato senza salire sul palco per l’ultima volta, anche se ha continuato a produrre e pubblicare dischi dopo l’ultima apparizione a inizio anni Ottanta. Forse ha cambiato il mondo, forse no. Forse il mondo gli è cambiato intorno ed è per questo che ha scelto di non partecipare alle vetrine della notorietà triviale. Non so se possiamo perdonarlo per non aver dato a noi della generazione successiva almeno una occasione per sentirlo cantare live. Ma visto che lo perdonano tutti i suoi colleghi-amici, per trent’anni di assenza, o di presenza imponente e riservata dietro le finestre su Rehov Hovevei Zion, faremo uno sforzo.

Arik Einstein oggi raggiunge i grandi di Tel Aviv dalla fondazione ad oggi, nel piccolo cimitero di Rehov Trumpledor. Baruch Dayan Emet.

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Pubblicato su Pagine Ebraiche di oggi, 27 novembre 2013 – http://moked.it/blog/2013/11/27/arik-einstein-1939-2013-io-e-te-cambieremo-il-mondo/

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I libri degli emigranti

I libri degli emigranti viaggiano, come piccoli clandestini nelle nostre valige; come non avessero peso.

E come spiegherei al check-in alla signorina El-Al che oramai mi conosce per nome, sa sono usciti i nuovi Camilleri, Malvaldi, Vargas, poi ho scovato un libro da Feltrinelli che mi ispira un sacco, quarta di copertina da colpo secco, e anche un libro di amici storici, nel senso che scrivono di Storia.. come facevo a lasciarli in Italia? Per fortuna a noi emigra(n)ti fanno un trattamento di favore. I chili di bagaglio sono solo un numero, alla fine dei conti.

books

All’arrivo, i clandestini si compongono in librerie strane, che non rispecchiano le novità italiane e neanche quelle internazionali. Piuttosto hit-parade private, difficili da condividere perfino con gli altri emigrati. Tutto a un tratto diventa impossibile non avere l’ultimo libro uscito degli scrittori preferiti. Un Montalbano mancante è come essersi dimenticati “Nel mezzo del cammin..” e quelle poche terzine che mantengono il dominio certo su di una celletta di memoria assediata da coniugazioni di verbi e altro materiale più attuale in ebraico.

Nella mia libreria, in un una casetta telavivese anomala, non tutta bianca insomma, si fanno improbabile compagnia fra gli altri: Batya Gur accanto a Margherita Oggero, saggi di storia contemporanea, Jasper Fforde, tutto Marco Malvaldi, Amos Oz, la trilogia di Stieg Larsson, molti Fred Vargas, Mark Haddon, Safran Foer, raccolte di poesia in italiano, Fruttero&Lucentini, e tutto il Camilleri (Montalbano e non) uscito dal 2008. Ah, e un timido Harry Potter in ebraico comperato con volenteroso ottimismo. Segnalibro a pagina 19.

Va bene, finito il prossimo clandestino ritorno a imparare come si dice “babbani” in ebraico.

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Niente corteo del 1° maggio e quel che è peggio, niente mimose l’8 marzo. E il 25 aprile?

Così impariamo a girare il mondo. Buffo come certe appartenenze si misurino sull’andare in piazza o meno e sul ricevere o meno fiori in certi giorni. Che poi a me le mimose mi fanno starnutire. E le bandiere che si vedono in piazza non sono sempre tutte tranquillizzanti e festive. Nemmeno tutte rosse, per dire.1maggio

Però ecco, oggi quelli che come me vivono fuori dall’Italia sentono la mancanza dell’evento. In Israele non possiamo dire che ci manchino le occasioni per celebrare collettivamente: dopo Pesach la lista conta a strettissimo giro il giorno della memoria per gli ebrei assassinati durante la Shoah in Europa, il giorno della memoria per i caduti di tutte le guerre dal 1948 in poi, e la festa vera, sentita, nel giorno dell’indipendenza. Due/tre settimane di estremi emozionali.

In Israele in queste occasioni ci si ritrova in una piazza, con un palco e amplificatori superpotenti. Si arriva, si trova posto, e alla fine si va via. Poca politica, molte canzoni e testimonianze di prima mano. La festa o commemorazione è stanziale. In Italia venticinque aprile, primo maggio e anche otto marzo sono in movimento: si va da un punto ad un altro della città, e solo all’arrivo ci si ferma per un po’ a sentire discorsi politici.

Riassumendo, il popolo che da migliaia di anni è stabilmente radicato si mette in marcia per segnare le date fondanti della Repubblica. Quello che ha passato duemila anni a vagare per il mondo, oggi in Israele nelle stesse occasioni sta ben fermo. A pensarci bene non fa una piega.

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