Tag Archive: Addis Ababa


In the middle of the complicated process that bridges any human being from the status of simple passport holder to that one of traveller on a plane, I stood like a perfect idiot recently, at Ben Gurion Airport. Pardon me: International Airport.

I had just replied successfully to the supposedly tricky interrogation of the young security representative, who absently rolled the usual list of questions she learnt by heart, and wondered what would have been her reaction had I replied that I carry dynamite and a weirdo just gave me an odd-shaped package to deliver at destination. Would she have recorded the potentially explosive information? I hope so.

So, there I was, happy for passing yet another exam, and on my way to drop off my luggage I see what seems like an absolutely huge amount of colorfully attired and happy faced people, I assume on their way back home, somewhere in Africa, standing in front of the Ethiopian Airline check in and about to fly to Addis Ababa.

I was travelling to visit my family and I was very excited to be home. And yet, in front of the sign Addis Ababa, and the obvious positive energy of that group, I almost gave in to the sudden desire to go back there, and not home. Hard to explain. Back to Addis, a place I visited for work once in my life and for only a few days?

Power of the airports, pardon, International Airports: they connect not only people but stories and times. Who were these people? The simple colour of their skin was not enough to make them strangers: some were surely Ethiopians, some surely not. Jews? Pilgrims? Who knows. And they were travelling to, not from Addis (the most common one way route being to Israel, to come home and stay).

The puzzling vision gave me a steady smile – at least until I hit the security check and a restless Russian lady cut the line in front of me. Back to reality, and to Kibbutz Galuyiot.

(published on Pagine Ebraiche International – Monday 29th September 2014)

La terra rossa si sbriciola sotto le suole delle mie scarpe, troppo eleganti e troppo pesanti. Addis Ababa in febbraio è già fresca ma il sole picchia forte e lo sento sul dorso dei piedi dentro i mocassini neri.

Quattro giorni di lavoro nell’Africa meno africana del continente. La collega che mi fa da guida è qui da anni, qualche mese alla volta, e conosce tutto quel che si può conoscere pur essendo una faranji, una bianca.

Non ho provato nessun senso di vertigine all’arrivo, uscendo dal mio mondo quasi interamente bianco di pelle ma pieno di variazioni su tema, ed entrando in questo mondo altro, nel quale la scala di colore è minimale:  salvo i pochi europei tutti hanno lo stesso colore di pelle e di occhi. 

Mi ha colpito subito invece il colore della terra. Con il taxi preso a corsa o a giornata si guida spesso su sterrato. E la terra ha una tonalità tra il mattone acceso e il rosso, ravvivata ad ogni scroscio di pioggia – che arriva improvvisa e violentissima, del tutto fuori stagione stando allo stupore dei locali. E’ un colore che incanta. Contrasta con il cielo azzurrissimo, che sorprende se per un momento ci si dimentica di essere ad una altitudine notevole.

La nitidezza dei colori si riflette nei vestiti per le feste venduti con complicate contrattazioni al mercato in cima alla città. Mentre gli uomini, soprattutto, vestono colori molto spenti durante la settimana. Nella breve compera dei souvenirs ascolto i venditori snocciolare numeri e lamentele rituali, e mi accorgo di capire i prezzi: l’ebraico non è troppo lontano da questa terra.

Al ritorno in Israele mi è chiaro che non ho incontrato un solo ebreo o falashmura, nei pochi giorni in Etiopia. Ad Addis Ababa non ce ne sono: la regione dove ancora ci sono ebrei è lontana centinaia di chilometri. Questo mi lascia spazio per un viaggio futuro, a ritrovare  le andature spigliate ed eleganti, i sorrisi modesti, le automobili scorticate e antiche, e quella terra color rosso inebriante.

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