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Se non c’è due senza tre, si preparano tempi duri. E oggi, ancora vagamente ubriaca dagli eccessi di Purim, non mi va per nulla di pensare a quale tipo di terza intifada staremmo andando incontro. Invece pare che ai giornali israeliani vada molto. Tutti a riportare le dichiarazioni delle leadership palestinesi (poco importa se visto il numero di persone che rappresentano sia del tutto surreale che se ne parli sempre al plurale).

Intifada

Oggi su Reshet Bet il commmentatore faceva una ipotesi non molto edificante: la terza intifada, già chiamata nelle piazze e nelle moschee da un mesetto almeno, sarà un misto fra la prima e la seconda. Disordini, pietre e accoltellamenti di singoli come nella prima, e bombe in luoghi affollati come nella seconda – solo, meno frequenti perchè è un fatto che gli esplosivi e gli attentatori passano con maggiore difficoltà oggi, grazie alla barriera che in occidente ci si impunta a chiamare muro. Chi lo  vedesse dal vero saprebbe che è un muro solo in alcuni punti particolarmente esposti.

Pare che questa, se la faranno, sarà una Intifada a orologeria: in preparazione dell’arrivo di Obama, per far salire la tensione e mettere il nuovo stato palestinese al centro dell’interesse. Poi, passata la festa gabbato lo santo, tutti a casa a contare vittorie e sconfitte diplomatiche. E come al solito, Israele a leccarsi le ferite all’orgoglio sui media internazionali.

Perchè Bibi saprà anche fare le guerre. Ma dimostrare un po’ di intelligenza e strategia nella gestione dei rapporti con la stampa, non sia mai. Meglio lasciare che il suo popolo intero, fuori e dentro Israele, debba confrontarsi ogni giorno con le notizie di parte, piegate e a volte inventate, contro di noi. Ecco un ministero che dovrebbe ricevere finanziamenti raddoppiati nel nuovo governo.

A proposito, anche il nuovo governo è a orologeria: Bibi vuole inaugurarlo prima dell’arrivo di Obama, per mostrare credibilità e stabilità. Ma gli altri eletti paiono non essere d’aiuto.

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21 seggi

21 seggi ancora incerti, secondo l’ultimo sondaggio: il 18% degli israeliani non sanno per chi voteranno. A naso direi che molti di questi sono nuovi immigrati (olim chadashim) occidentali, e moltissimi giovani.

Yair Lapid (Il Bello, ed incollocabile, ex-giornalista televisivo) continua a non convincermi, eppure rientrerei nel suo maggiore bacino elettorale: donna, fra i 25 e i 45 anni, educazione universitaria. Però ha fatto una cosa piccola e geniale: ha pubblicato il suo programma anche in inglese. Così, oltre ai finanziatori americani, anche migliaia di olim di lingua madre inglese  si sono innamorati all’istante, anche per mancanza di paragoni. olim

Anzi no, anche il Naftali Bennett dal sorriso sornione e bonario ha messo qualche soldo nei sottotitoli e ha conquistato i destri naturali fra gli stessi anglos (maggioritari in ogni caso) con un filmino in stile Art Attack che risolverebbe per sempre il problema palestinese. Paladino dei coloni, supera persino il suo vecchio mecenate Bibi nella politica della paura: puro populismo da allarme rosso, che pare francamente strano funzioni così bene in un paese abituato agli allarmi rossi dalla fondazione ad oggi.

I due si fanno concorrenza a colpi di sorrisi colgate e occhiolini alle signore. Sono loro le sorprese nei sondaggi elettorali, con una quindicina di seggi a testa. Raccolgono consensi poco politici e molto viscerali; si circondano di donne e di giovani, anche per mostrare che non tutti loro voteranno Meretz (l’unica sinistra ancora riconoscibile come tale), o Avodà. Alla fine, potrebbe non bastare all’Avodà – comunque in crescita – aver schierato le giovanissime stelle della quasi-rivoluzione delle tende del 2011: Stav Shaffir e Yitzik Shmuli.

Azzadro l’ipotesi che chi prenderà i voti dei giovani farà la differenza, nelle prime elezioni in cui i giovani sono chiamati a prendere posizione come categoria umana prima ancora che politica.

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