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Per arrivare al Namal, al Porto di Tel Aviv che marca la fine della città verso nord ci sono due vie. O si cammina perpendicolari all’acqua fino a toccarla e poi si vira decisi verso destra, oppure si resta prudentemente sulla ciclabile fino al fresco Park Hayarkon, e arrivati al fiume si vira decisi verso sinistra. Chi mi conosce sa che la seconda opzione mi arride, in generale.
Quindi resto sulla pista ciclabile per quanto attualmente ingombrata di francesi che non sanno cosa sia una bicicletta e si mettono di traverso apposta e poi si agitano moltissimo quando gli si passa troppo vicini, e berciano insulti francofoni senza mai controllare di che nazionalità o composizione linguistica sia il ciclista. Nel mio caso, capisco gli insulti anche in marsigliese stretto ormai, e non rispondo perché resto una signora, io, anche d’estate a Tel Aviv.
Una volta arrivati al Namal, c’è chi deve subito spingersi fino a vedere il mare. Io, che so che il mare dal più al meno lo troverò anche l’indomani, amo ultimamente gironzolare in quello che al mio arrivo a Tel Aviv era un’accozzaglia di capannoni in larga parte abbandonati e strade sterrate, e oggi è un bel quartiere fatto di negozi e ristoranti. Stessi capannoni, marcati a numeri cubitali che nessuna Alice si possa perdere, ristrutturati e ripuliti. E fra gli edifici bassi e bianchi, strade larghe che anche a Tel Aviv sono rare, spiazzi inattesi qua e là, e parchi giochi su gomma (nel senso della pavimentazione) per bambini di ogni età. Sono spuntati come funghi. Fino a due anni fa ce n’era uno solo, abbandonato e scolorito in una radura che sembrava presa da un film di cowboy: mezzogiorno di fuoco moderno. Si è però riprodotto e ora è stato rinnovato, lui e la giustapposta palestra all’aperto. Perché i genitori portino i figli a giocare, e giochino un po’ anche loro.


Pubblicato il 17 agosto su Pagine Ebraiche 24 http://moked.it/blog/2015/08/17/oltremare-al-porto/#sthash.rrCGVV0p.dpuf

Ma dove corrono tutti, in questi giorni? Uno cerca di pedalare placidamente fino al lavoro alle otto del mattino, e la città è avvolta in una elettricità nuova, che si traduce fra l’altro in passanti che attraversano le visibilissime strisce della ciclabile senza guardare, mentre parlano al telefono o scrivono sms o email camminando di fretta. E nel fare la jimcana fra i passanti distratti, bisogna anche cercare di non centrare in pieno i nuovi corridori del mattino, che pullulano in numeri allarmanti, sudati e con l’aria decisa del comandante che porta il battaglione verso vittoria sicura. Al ritorno la sera, stessa scena di zigzagamenti contro ogni logica e regola del traffico, ma da parte di persone vestite normalmente e con scarpe non da ginnastica: ma comunque, impegnate nella staffetta fra i negozi.

Insomma, siamo a quasi un mese dalla Night Run, la corsa di 10 chilometri che attraversa la città, e siamo anche a pochi giorni da Rosh Hashana (che mette fretta a tutti, con le compere e i regali e la spesa per le numerose cene, e il sistemare la casa che arrivano ospiti). Siamo anche a valle di una guerra che ha tolto a tutti noi l’estate e ci fa sentire la fretta di chiudere con questo anno ebraico 5774 che prima se ne va e meglio è. Quindi sono grata di non essere una amante della corsa, perchè mi immagino cosa sarebbero queste settimane se alla abituale frenesia delle feste dovessi aggiungere un’ora e mezza fra uscita, jogging, sudore, doccia, colazione e ri-uscita di primo mattino.

Mi basta la buffa sensazione delle feste ebraiche che somigliano a tutte le feste stagionali in ogni paese del mondo: diventiamo tutti più buoni, ci occupiano un po’ di più della famiglia, facciamo giri di telefonate e mandiamo email con auguri mielosi, e facciamo della beneficienza. Se non fossi certa al mille per cento di vivere in un luogo assolutamente unico per un numero infinito di motivi, direi che tutto il mondo è paese.

– pubblicato il 22 settembre su Pagine Ebraiche24

Il silenzio è la prima cosa che colpisce, camminando veloci per le strade già quasi vuote di Tel Aviv.
A pochi minuti dall’inizio di Kol Nidre, inizio solenne e corale di Yom Kippur, le automobili in moto sono ridotte a pochi ritardatari, e già iniziano a vedersi i primi ragazzini in bicicletta. Le autostrade sono deserte, e turisti e giornalisti si divertono a fotografarle (in effetti fa una certa impressione vedere le otto corsie della Ayalon, arteria principale del centro di Israele, attraversate da skateboard e biciclette); deserta è la spiaggia, chiusi tutti i negozi, bar e ristoranti.

Entro la fine della funzione serale, le strade si sono riempite di nuovo e fino all’eccesso, le macchine sostituite da una moltitudine di famiglie con bambini e ragazzi a piedi o su ogni genere di mezzo non a motore: biciclette piccole e grandi, monopattini, skateboard, tricicli, che per 25 ore sono i padroni assoluti delle strade della più grande città del paese. Tel Aviv, Città Bianca per via dei palazzi in stile Bauhaus, diventa doppiamente bianca durante Yom Kippur, quando molti vestono candidi completi di camicia e gonna o pantaloni bianchi, e scarpe di gomma e di tela, spesso bianche anch’esse.

Ma chi dice che sembra di essere in una città fantasma sbaglia: soprattutto la sera, dopo Kol Nidre, c’è piuttosto un’atmosfera da black out. Le strade sono illuminate, vero, ma tutto intorno è fermo e spento, e gli abitanti che di solito corrono in autobus o in macchina fra impegni, scuola, lavoro, divertimento, camminano tranquilli, come sospesi in un tempo altro, un tempo nel quale la quotidianità è assente. Chi digiuna e prega probabilmente coglie questa sospensione della realtà nella sua vera pienezza. Ma anche gli altri ne sono contagiati, pur in sella alle loro biciclette a riempire finalmente luoghi di solito occupati dai veicoli a motore.

Poi però, Tel Aviv è Tel Aviv, e dopo 25 ore il tempo ritorna tempo e gli spazi vuoti tornano a riempirsi di automobili, al massimo dieci minuti dopo il suono dello Shofar. Fino all’anno prossimo.

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Publicato in Pagine Ebraiche 24 – http://moked.it/unione_informa/130916/130916.html

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