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25 anni fa

25 anni fa non ci potevo semplicemente credere che Primo Levi fosse morto, poi morto così. Così in fretta. Così vicino alla mia casa torinese. E in un giorno di aprile, ma come, proprio aprile che a fine mese si festeggia ancora e sempre la Liberazione.Primo

Oggi prevale il sentimento di essere stata fortunata, per aver anche solo una volta camminato con lui in montagna, tra Lillaz e Cogne, pestando quel sentiero che avevo fatto mille volte col passo veloce della ragazzina che ero. Quel pomeriggio lo facevo lentamente, tenendo il passo dei due grandi vecchi davanti a me: Primo e Silvio (il Lungo); ma quella lentezza non mi pesava.

Nemmeno mi pesava il silenzio, che in montagna segna l’intimità del camminare insieme, mani incrociate dietro la schiena, o appese ai lacci dello zaino. Il silenzio, o piuttosto l’assenza di parole, è una delle memorie che ho di Primo Levi. Non conoscendo altri scrittori, allora mi pareva una caratteristica di chi mette le parole per iscritto, come se non gliene restassero poi altre da dire a voce. Ancora adesso, quando sento una sua intervista la voce mi pare falsa. Primo Levi era scritto, non parlato. 

25 anni dopo, a pensarci davvero siamo tutti immensamente fortunati, che Primo Levi abbia scritto. Anche le parti più dure, più nere, sono un patrimonio inestimabile, che purtroppo fra pochi anni diventerà parte di tutto quel che rimane dei testimoni. Lui è andato via troppo presto, ma scripta manent.

(11 aprile 2012)

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Seconda candelina e 24°C, gente in spiaggia fino al tramonto. Inverno a Tel Aviv.Channukka2

La dedico alla neve, che mi manca da quando ho fatto l’aliyah e l’ho abbandonata dall’altro lato dal Mediterraneo. Soprattutto l’ho abbandonata nelle domeniche rubate a Torino, per salire a fare la Cogne-Lillaz o la Valnontey, tutta roba da sciatori noiosi, fondisti come noi. Sudore e vestiti a strati, che poi si rimane in maglietta anche sotto zero.

Mica vero però che non ho mai visto la neve in Israele, blitz italiani a parte: il mio primo inverno israeliano, nelle altitudini di Gerusalemme, è stato il più freddo della mia vita, principalmente per via della mancanza di riscaldamento in casa. E ha nevicato ben due volte. Una volta, siamo rimasti tutti chiusi in casa due giorni: gli spalaneve non credo esistano nella Città Santa, e con dieci-quindici centimetri la città si immobilizza.

All’epoca studiavo ebraico all’Ulpan, che distava una buona mezz’ora a piedi da casa. Qui la neve non arriva all’improvviso, e qualche giorno prima le insegnanti han fatto lezione di previsioni del tempo, per insegnarci a capire nei notiziari via radio se le scuole (ulpan compresi) sarebbero state aperte o chiuse il giorno dopo. Io poi dalla radio, Reshet Bet, non mi sono mai staccata. Ne ho fatto il mio primario veicolo di ebraico corretto da ascolto, mattina e sera. Tutto grazie a quelle nevicate.

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La mia strategia era prendere la Kamchatka. Forse solo perchè ero riuscita ad impararne il nome impronunciabile, e quindi la conquista diventava possibile, ma mi ricordo che funzionava benino.

Da ragazzi si giocava a Risiko con la stessa passione con la quale ci si stracciava a carte o a Monopoli. Risiko in più era strategico e suscitava emozioni forti. Tra gli amici, uno in particolare era famoso per aver rivoltato il piano di gioco in preda a ira funesta, e aver lasciato la stanza ammonendo gli altri giocatori: io non ci sto a fare la fetta di salame! La sua missione era conquistare tutto il globo, ma era stato costretto in Europa del Sud mentre gli altri si spartivano il Nord e tutti gli altri continenti. Io, come sempre, dominavo la mia Kamchatka e anche le volte che perdevo mi divertivo un mondo, letteralmente.

Il mio preferito era però il gioco del vocabolario. Oggi suona come un gioco da veri nerd – allora mi pareva la cosa più cool a disposizione. Numero dei giocatori da quattro all’infinito. Un giocatore apre il Devoto Oli o altro dizionario della lingua italiana, cerca un termine e lo dice ad alta voce per confermare che nessuno dei giocatori lo conosca. Ne trascrive la definizione su di un fogliettino, mentre tutti gli altri giocatori scrivono una loro definizione inventata ma credibile. I foglietti vengono raccolti e letti uno dopo l’altro, e vince chi indovina la definizione giusta, oppure vince il giocatore che ha il dizionario se nessuno ha indovinato.

Lo si giocava soprattutto nelle lunghe serate dei dopo gita a Cogne, ragazzi e adulti insieme. Alla lettura delle definizioni esplodevano a tratti risa irrefrenabili: era esilarante la fantasia e lo spirito dei giocatori nel dare corpo a parole sconosciute, inventando definizioni perfettamente plausibili e altrettanto assurde. A fine vacanza diventava facile individuare la paternità delle definizioni: chi masticava bene il greco e il latino si tradiva facilmente, mettendo troppi paroloni. Poi c’erano gli involuti, gli scientifici, i sintetici, i prolissi, e i professionisti dell’anacoluto.

Oggi questo gioco è impossibile, a meno di rinchiudere i giocatori in una stanza e togliere loro i cellulari, iPhone, iPad, eccetera. E con google e wiki, chi ha più un Devoto Oli in casa?

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