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Pietre in tasca e sedere a mollo in un ruscello. Il problema in quel momento è stato smettere di ridere e tirarsi su, facendo perno sui massi più piatti e senza metter giù anche un ginocchio, senò addìo, altra acqua addosso fino a valle. Poi i pantaloni si asciugano veloci, mentre si zompetta in discesa in alta montagna.

Credo che la mezza caduta sia avvenuta sul sentiero del Sella, di sicuro al ritorno da una gita parecchio lunga. Non che le pietre c’entrino qualcosa. Ne raccoglievo sempre quattro o cinque: piccole, da tasca. Il detto che gli esquimesi hanno 20 parole per neve vale anche per il grigio delle pietre che fanno la montagna. Dove altri vedevano solo sassi io vedevo un arcobaleno di grigi e marroni, cercavo le infiltrazioni rossiccie di ferro o argilla, bianche o rosa di quarzi, e azzurrine di selce.

Alla prima sosta le lavavo in un ruscello per esaltarne i colori. Le infilavo negli anfratti dello zaino (tasche esterne, interne, al fondo) e fino all’arrivo erano il mio tesoro. Con le pietre nello zaino mi sembrava che la camminata, gita o scalata avesse più significato. Che arrivare al laghetto, al passo o alla cima prefissati entrasse in una logica più grande.

Mi portavo in giro pezzetti di montagna ad ogni salita. Portavo la montagna addosso.

Se le avessi con me oggi, nella mia nuova terra molto meno cromaticamente diversificata, ne farei forse un mini-mausoleo casalingo alle Alpi. Forse è meglio allora, che ogni anno al rientro in città la maggior parte delle pietre, collezionate invero senza molto metodo, sparisse nel trasferimento. Saggezza degli adulti contro la mia innata tendenza all’accumulo di oggetti inanimati.

 

PS – Grazie alle due piccole montanare attuali per il contributo fotografico esplicativo

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La terra rossa si sbriciola sotto le suole delle mie scarpe, troppo eleganti e troppo pesanti. Addis Ababa in febbraio è già fresca ma il sole picchia forte e lo sento sul dorso dei piedi dentro i mocassini neri.

Quattro giorni di lavoro nell’Africa meno africana del continente. La collega che mi fa da guida è qui da anni, qualche mese alla volta, e conosce tutto quel che si può conoscere pur essendo una faranji, una bianca.

Non ho provato nessun senso di vertigine all’arrivo, uscendo dal mio mondo quasi interamente bianco di pelle ma pieno di variazioni su tema, ed entrando in questo mondo altro, nel quale la scala di colore è minimale:  salvo i pochi europei tutti hanno lo stesso colore di pelle e di occhi. 

Mi ha colpito subito invece il colore della terra. Con il taxi preso a corsa o a giornata si guida spesso su sterrato. E la terra ha una tonalità tra il mattone acceso e il rosso, ravvivata ad ogni scroscio di pioggia – che arriva improvvisa e violentissima, del tutto fuori stagione stando allo stupore dei locali. E’ un colore che incanta. Contrasta con il cielo azzurrissimo, che sorprende se per un momento ci si dimentica di essere ad una altitudine notevole.

La nitidezza dei colori si riflette nei vestiti per le feste venduti con complicate contrattazioni al mercato in cima alla città. Mentre gli uomini, soprattutto, vestono colori molto spenti durante la settimana. Nella breve compera dei souvenirs ascolto i venditori snocciolare numeri e lamentele rituali, e mi accorgo di capire i prezzi: l’ebraico non è troppo lontano da questa terra.

Al ritorno in Israele mi è chiaro che non ho incontrato un solo ebreo o falashmura, nei pochi giorni in Etiopia. Ad Addis Ababa non ce ne sono: la regione dove ancora ci sono ebrei è lontana centinaia di chilometri. Questo mi lascia spazio per un viaggio futuro, a ritrovare  le andature spigliate ed eleganti, i sorrisi modesti, le automobili scorticate e antiche, e quella terra color rosso inebriante.

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