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A Haifa i cioccolatini ZIM annunciano l’arrivo del treno a destinazione. Ordinati in file compatte, i container paiono tavolette di cioccolata nella vetrina di una pasticceria. Il viaggio  di un’ora mi ricorda quanto vicina sia Haifa a Tel Aviv, eppure sembrano luoghi così lontani, estranei. Tutta quell’altitudine, quartieri intieri costruiti in salita, Genova e Napoli del medio-oriente nei miei occhi. Alle mie spalle qui al fondo il mare, arco senza frecce, morbido, appoggiato sornione sulla città che lo abbraccia. ZIM container

Arrivare dal mare ha il vantaggio dell’umiltà. La città bassa è portuale, città di lavoro duro e negozi di materiale a me sconosciuto per forma e colori, logicamente cose di navi. Buffo come essere per metà veneziana, anzi lidense, non aiuti per nulla a trovarsi a casa in un porto.

A Tel Aviv i porti sono diventati zone di shopping e turismo e non hanno più la natura di punto di attracco e uscita delle navi. Sia il Namal che Jafo sono ristrutturati, belli e puliti: ci si va per mangiare pesce con gli amici, oppure al mercatino delle verdure al venerdì mattina. L’imborghesimento della città si può misurare sul numero di boutique e alte firme che hanno aperto in riva all’acqua. Piccoli triangoli bianchi di barchette a vela sono il massimo di navigante che si veda.

Se Tel Aviv è troppo priva di quinte, e a volte mi sorprendo a cercare le mie colline (o le montagne) nella fuga di una via, a chiudere l’orizzonte, Haifa ha quinte incombenti. Dal basso, tutta la città pare spingere per tuffarsi in mare. Ci metterei del bel tempo ad abituarmi, dovessi vivere qui. Probabilmente mi verrebbero le vertigini.

Uno sbuffo imporvviso di vento mi fa pensare che però Haifa ha anche qualche cosa di Trieste, e questo me la fa diventare subito amica.

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Un container pieno di..

Un container pieno di… fette biscottate italiane, di marca oscura, probabilmente venduta in Italia nei magazzini Lidl o similari. Però sono qui, nel mio super sotto casa, in file ordinate quanto aliene accanto alla cassa.

Orfana mai consolata di mamma Fairway, il supermercato ultrainternazionale dell’Upper West Side, io quando vedo qui in Israele prodotti italiani che di solito non si trovano, mi commuovo e ne compero il doppio del necessario.  Ovvio. Potenza del complesso del container.

Agli albori dello stato – cioè nei vicinissimi anni ’60 e ’70 – le merci considerate allora di lusso arrivavano via mare in container. (A dire il vero la cosa avviene ancora, ma non sono più gli albori, abbiamo combattuto un certo numero di guerre e costruito l’impero delle hi-tech, e siamo decisamente più sfatati.) Qualunque cosa contenesse il container, era automaticamente preziosa. Chi poteva permetterselo comperava, e poi centellinava i prodotti. E quando il carico era finito, era finito e non si sapeva quando o se ne sarebbe arrivato un altro.

Le  fabbriche israeliane nascevano una ad una, i bambini già facevano merenda con il cioccolato al latte locale  con la mucca in rilievo, i vestiti da lavoro erano già prodotti a livello industriale. Ma la Osem era ancora incapace di fare della pasta decente, e molti altri prodotti alimentari (compresi frutta e verdure) semplicemente si lasciavano nel paese di origine qualunque esso fosse. In Israele non erano una priorità, o non crescevano per ragioni climatiche. Adattarsi, parola d’ordine.

Oggi la globalizzazione è completa, la frutta e verdura orgogliosamente locale si è moltiplicata sui banchi dei mercati, e ad essa si aggiungono le importazioni. Anzi, si sente anche qui già un trend opposto di localizzazione come in nord Italia (ma c’è un solo e periferico Presidio Slow Food). Eppure, al solo vedere fette biscottate rotonde viene l’acquolina in bocca e scatta l’accaparramento.

Fino al prossimo container-sorpresa.

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