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Ascolto molto la radio, qui in Israele: ottima abitudine tutta merito della maestra dell’ulpan, che consiglió nell’ormai lontano 2008 l’ascolto quotidiano del giornale radio, per abituare l’orecchio all’ebraico corretto (e sporcarlo poi liberamente, ma dopo, con quello parlato fuori da Reshet Bet). Non può sapere che sono diventata una ascoltatrice sistematica, da allora.

Quando esce una notizia dall’Italia, è sempre molto buffo decrittare i nomi reinventati dai cronisti. Il Presidente del Consiglio Late. Late? Vabé provateci voi a leggere una parola dopo aver tolto e inserendo a orecchio tutte le vocali, e senza le doppie. Dura la vita del lettore di giornale radio e telegiornale in ebraico. Che poi senza andare tanto lontano, in qualsiasi ufficio pubblico io divento “Povini” – perchè oltre a tutto certe consonanti hanno doppia lettura.

Per fortuna dall’Italia arriva anche la musica, soprattutto sotto forma di canzoni sempreverdi degli anni Sessanta e Settanta (“Parole parole” però nella cover di Dalida), e a volte alcune fra le migliori canzoni di Paolo Conte, tradotte da Raphi Adar con una certa libertà nei testi, ma mantenute quasi identiche quanto a musiche e arrangiamenti. Quando un giorno ho sentito l’intro di “Azzurro” e poi le parole erano in ebraico (e la voce non Celentano e non quella pastosa di Conte) ho avuto un attimo di vertigini.

Ci si abitua a tutto, va detto, quando si vive nel paese più strano del mondo, dove Azzurro è diventata la storia di un trentenne che non vuole crescere, vive ancora con in genitori e non ha nè un lavoro nè una sua famiglia. Niente Africa in giardino, treni dei desideri che vanno all’incontrario, e preti per parlare nel vuoto della città estiva. Sarà perchè qui le città non si svuotano mai: un adattamento prima sociale che di contenuto.

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Uscito in “Pagine Ebraiche 24” di lunedì – http://moked.it/unione_informa/131007/131007.html

Si si, ti dicono, certo che con l’inglese te la cavi in Israele. Come no. Poi però il giorno dopo l’alyiah, all’ufficio che ti deve fare la carta di identità, la universalmente necessaria Teudat Zehut, comincia subito a insinuarsi il dubbio. Nessuno degli impiegati, anche quelli che lo capiscono, sa rispondere in inglese. Tenti con il francese, ma l’impiegato di famiglia marocchina proprio oggi è in ferie. Il russo? No, da noi non si impara a scuola, cosa vuole, sa, noi italiani siamo un po’ provinciali.

La preziosa Teudat Zehut in qualche modo poi si materializza, evidentemente tutti questi problemi con la documentazione non c’erano. Però un’ora di nuotata senza salvagente nelle acque profonde della burocrazia israeliana vale da sola l’iscrizione al migliore Ulpan disponibile. Cinque ore al giorno di studio intensivo dell’ebraico, per cinque giorni la settimana, per cinque mesi (chamsa-chamsa-chamsa!). Ti pare di essere ritornato al liceo compiti compresi, è gavetta dura di sopravvivenza multilingue, ma per entrare dentro Israele e non stare sospesi a mezzo metro da terra senza davvero toccarla, non c’è alternativa al parlare ebraico.

Situazioni in cui l’ebraico è strumento insuperabile: viaggi in taxi (onde non farsi spennare dal concittadino tassista – che così invece ti racconta la storia della sua famiglia dall’Impero Ottomano ad oggi); supermercato (corso avanzato per non confondere detersivo per i piatti e ammorbidente, superato con lode all’Ulpan); ricerca di lavoro (ai colloqui, iniziare sempre in ebraico, e alla domanda “perchè hai fatto l’alyiah?” rispondere sempre sorridendo “è una storia lunga” – nessun israeliano vuole ascoltare una storia lunga, quindi l’intervistatore passerà ad argomenti più pregnanti, tipo le qualifiche); spiaggia (onde divertirsi ad ascoltare le idiozie che dicono i turisti vicini di ombrellone, che credono di non essere capiti – impagabile); ricerca di casa in affitto (per leggere gli annunci online scritti a caratteri lillipuziani, e poi intenerire i futuri padroni di casa, che per un Ole Chadash sono disposti a fare uno sconto e magari perfino a dare una mano di bianco).

Morale: l’ebraico è ostico ma utile, e ti fa sentire davvero a casa.

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Pubblicato in: Moked – Pagine Ebraiche 24 – http://www.moked.it/unione_informa/130617/130617.html

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Il mio cervello frequenta diverse lingue, e volte l’italiano non riesce a mantenere il comando.

Difficile che qualcuno se ne accorga, in un mondo di multilingui senza alcuna pretesa. Ci si corregge a vicenda le lingue non madri con leggerezza, qui in Israele. L’ebraico soprattutto, ostico a chiunque.

Ma io ancora mi stupisco quando l’inglese e l’ebraico prendono il sopravvento: nei momenti in cui la bocca  si apre d’impeto, senza selezionare quale lingua utilizzare, è più facile che sia l’inglese, lingua per nulla madre (al massimo buona amica) a vincere la corsa tra papille e labbra e a raggiungere l’esterno.

C’è stato un tempo in cui solo l’italiano poteva affacciarsi. Eppure già allora, l’inflessione dialettale torinese, veneziana e  poi toscana, emergeva a tratti, volontaria o involontaria. Dunque c’è da sempre, per imprinting famigliare o frequentazioni assidue, una possibilità di canali paralleli, di pronuncia differente di una stessa parola.

Deve essere stata questa abitudine a identificare i suoni, a lasciarmi imparare le successive lingue che ancora si aggirano, più o meno attive, nel mio cervello. Vorrei che il francese si svegliasse dal letargo; lo nutro con l’ascolto passivo e con molto amore, ma l’ebraico ha tracimato in tutte le cellette dove tenevo come tesori il dizionario e la grammatica francese. Poco male. Nelle lunghe  estati telavivesi non parlo con le frotte di francesi abbronzati che escono dalla spiaggia, ma posso ancora capire quello che dicono, poveri loro.

Ma un giorno, io, francese, ti riconquisterò.

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