Tag Archive: El Al


Come salgo sull’aereo, quelle rare volte che non volo sionisticamente (e pragmaticamente) El Al, entro in una apnea linguistica che finisce solo quando, sul volo di ritorno, ricomincio a sentire parlare ebraico intorno a me. Mi fa tre volte più fatica, lo ammetto, lasciare l’ebraico quotidiano al Ben Gurion e imbarcarmi in una lingua straniera e il più delle volte francamente ostica.
Su El Al invece, a parte le orde rumorose e scomposte che costituiscono la popolazione volante, c’è quel sottile piacere di farsi augurare di volta in volta Pesach Sameach, Shana Tova, buon Purim, buona Channukka, o anche solo benarrivati e buona permanenza, in ebraico. È una delle gioie degli olim chadashim, l’augurio inatteso come quello che la Egged compone sulla fronte degli autobus, che girano per Gerusalemme dicendo a tutti buon anno e poi “buona firma” (Chatima Tova) prima di Kippur.
C’è qualcosa di puramente estetico nel volare El Al, la compagnia più di bandiera che ci sia, e anche di intrinsecamente ebraico in quel tenersi ben attaccati quanto possibile alla yidische mame che prende la forma di una hostess (o steward) stanca e spiccia, che ti traghetta al sicuro verso altre terre, altre lingue, culture, cibi. Quando mi capita di preferire altre compagnie, mi sento poi sradicata un po’ a forza dalla terra dura che chiamo casa da un pezzo ormai importante della mia vita.
E mi domando come si vive in paesi non dominati da bambini rumorosi e scalzi, con vestiti scoordinati e istituzionalmente anarchici. Forse si vive più in silenzio, ma sul livello di allegria posso scommetterci: bassino andante. Al primo urlo ‘”Ima!”(con punto esclamativo incorporato) che sento in in aeroporto internazionale mentre rientro in Israele, localizzo il bimbetto fonte del grido, ed e’subito casa.

– Pubblicato su Pagine Ebraiche 24 il 29 settembre 2014

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I miei ritorni in Israele dopo vacanze italiane sono spesso notturni, e all’arrivo sopra Tel Aviv tutta la città, anzi tutto il Gush Dan almeno, la macrocittà agglomerata, è una fitta ragnatela arancione di luci. Da terra, giuro, sono bianche, ma dall’altezza dei dieci minuti prima dell’atterraggio tutte le luci dei lampioni e l’illuminazione delle autostrade prendono una tonalità di tenue arancio, che pare estendersi da Haifa a Gaza senza soluzione di continuità.

TLV arancione

L’alba è ancora molto lontana, è il momento più buio e più freddo della notte, ma la notte per me di solito non c’è proprio stata. Il check-in è sempre più remoto e notturno a Malpensa, dove El Al è un appestato in quarantena permanente, senza più alcun contatto con il resto dell’aeroporto. Un corridoio lunghissimo porta ai banchi dei check-in molto pericolosi o molto protetti, non so che cosa mi piace di meno. Ghetto effettivo se non dichiarato.

Per fortuna, dall’alto del mio passaporto israeliano, il passaggio della sicurezza è da anni ormai una chiacchierata spensierata con un/una giovane che si annoia tremendamente a fare le stesse quattro domande a tutti i passeggeri, e mi diverto a fare il contro interrogatorio. E’ spesso la prima volta che posso parlare in ebraico, dopo la sospensione nello spazio e nel tempo che è la vacanza. Ta’anug (un piacere)!

Ora che si parte sarebbe davvero ora di dormire, ma è raro che io ci riesca. Quindi all’arrivo le luci arancioni di casa sono molto benvenute perché significano l’avvicinarsi del mio proprio cuscino. E anche una sola ora di sonno a quel punto è un miraggio. Soprattutto se il volo è stato un coro di pianti di peraltro adorabili bambini, e chiacchiere del personale di bordo, e qualche scossone sopra la Grecia, e il vicino di sedile che russa sonoramente.

Viva l’arancione, colore prima dell’alba, che vuole dire che sono tornata a casa mia.

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Da Pagine Ebraiche 24 di lunedì – http://moked.it/unione_informa/131230/131230.html

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