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Il massimo dell’ossimoro: un kibbutz in città.
Nel profondo dell’estate telavivese, quando l’unica cosa che si desidera (oltre ad essere in vacanza, possibilmente in alta montagna) è di stare in luoghi muniti di aria condizionata, può capitare di incontrare esseri umani che vivono in comuni nel bel mezzo della città. Si tratta di giovani, ovviamente, nell’accezione antica della parola giovane, e cioè giovane davvero, non quarantenne che crede ancora di avere venticinque anni. In alcuni casi possono essere giovani che per ragioni di studio o lavoro si sono inurbati, ma non hanno voluto abbandonare completamente la dinamica comunitaria della vita in kibbutz. Altri, si aggregano per affinità di stile di vita o perché essere diversi è ancora e sempre cool, soprattutto sotto i trent’anni.
Dunque ieri sera io volevo solo ascoltare una conferenza tenuta da una conoscente sulla questione del gas naturale in Israele e di come (e se) cambierà la nostra società, e invece mi sono trovata in uno di questi luoghi che stanno a metà fra il mai dimenticato CGE (Centro Giovanile Ebraico) e un rifugio per scappati di casa. In bagno asciugamani e spazzolini da denti sono la prova che qualcuno in effetti ci vive in quelle stanze attrezzate per piccole riunioni e corsi.
Nella stanza accanto un gruppo di scrittura creativa, al piano di sopra artisti assortiti e liberamente creativi.
Nell’unica grande città d’Israele, questi moti aggregativi ormai si vedono a tutti i livelli, anche fuori dallo stile di vita decisamente alternativo delle mini-comuni. I moltissimi che lavorano da indipendenti, invece di ricavarsi uno studiolo nei piccoli appartamenti telavivesi preferiscono andare a condividere spazi organizzati per ospitare persone singole o piccoli gruppi di lavoro. Sono le ‘hub’ in appartamenti, o palazzi interi come il WeWork, ristrutturati con lo scopo di ricavare quanti più possibili tavoli da lavoro e mini sale riunione.
E come nelle comuni cittadine le persone si incontrano e formano amicizie e famiglie, nei luoghi di lavoro in condivisione nascono nuove iniziative, compagnie e idee.
Anche nella Tel Aviv postmoderna, l’unione fa ancora la forza.

Pubblicato il 10 agosto su Pagine Ebraiche 24 : http://moked.it/blog/2015/08/10/oltremare-kibbutz-in-citta/#sthash.jGdVITF1.dpuf

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“Bevi molta acqua”, ammonimento che dai primi giorni in Israele ho sentito di continuo – persino strano che non sia stato incluso nei Comandamenti, o perlomeno in una delle molteplici liste di regole e indicazioni all’uso della vita e della Terra d’Israele che certo non ci mancano. Tant’è. Noi donne comunque ci abituiamo presto alla scelta della borsetta in base alla capienza: mezzo litro almeno d’acqua ci deve stare, sì, meglio anche per la sera. Gli uomini non so, si regolano diversamente oppure per machismo rischiano ogni giorno la disidratazione.

Quello che invece nessuno mi ha insegnato, ma ho prontamente imparato per imitazione o meglio per osmosi, è il trucco del semaforo. Nell’attraversare di giorno una qualsiasi strada, specie se a più corsie, molto probabilmente la maggior parte del percorso è in pieno sole. Che in Israele significa, per molti mesi: 30/35 gradi centigradi calcolati all’ombra, più i 10/15 di differenza al sole, più l’effetto riscaldante dell’asfalto, più i gas di scarico (caldi anche quelli) delle automobili in moto e di quelle ferme al semaforo. Non oso tentare una somma. Dunque, poter stare anche parzialmente all’ombra mentre si aspettano lunghi secondi di passaggio dal rosso al verde, ha il suo senso. Anche solo con la testa, che come si impara qui traspira la maggior parte dell’acqua che il corpo perde durante il giorno. Ecco allora che l’ombra sottile del semaforo, di un palo della luce, o (magari!) di un cartellone pubblicitario, si trasformano in microscopiche oasi di riparo temporaneo dalla canicola estiva.

Per lo stesso principio, in Israele si vedono spesso persone che aspettano l’autobus non alla fermata, ma dietro o di lato, formando brevi file compatte e ordinate che non seguono l’ordine di arrivo o l’età, ma quel po’ di ombra squadrata proiettata dalla fermata stessa. E mi sembrano bambini che vogliono fare uno scherzo alla maestra e si acquattano dietro a un muretto per poi uscire tutti insieme “Cu-Cù”! Invece chi arriva è l’autobus, e tutti salgono accalcandosi per pagare il biglietto all’autista, e godersi l’escursione termica di venti gradi in meno, dall’estate bollente all’aria condizionata che gela il sudore e il cervello in ugual misura.

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Pubblicato su “Pagine Ebraiche 24” del 27 maggio 2013 – http://www.moked.it/unione_informa/130527/130527.html

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Il pakìd ovvero impiegato

Il pakìd ovvero impiegato fa clic, dice “ok”, e “buona fortuna”. Esco dal magazzino della scuola di quartiere adibito a distribuzione temporanea, infilo la scatola di cartone nel cestello della mia bicicletta, e ritorno a casa. Tempo consumato: ventitrè minuti. Tempo occorrente a ricevere il pacchetto: dodici secondi netti.

E’ bastato recitare il mio numero di identità, che in Israele serve egualmente per gli sconti al supermercato, per tutti gli uffici pubblici, la banca, e di recente ho scoperto appunto: per ricevere una scatola di cartone marròn che contiene l’ultimo modello di maschera anti-gas – un bijoux.

Mi risuona in testa il “buona fortuna” dell’impiegato, detto con una cortesia non molto israeliana. Qui si tende a trattare gli argomenti come guerre e varie calamità in modo ruvido e iper-pratico. Deve aver individuato in me una immigrata relativamente recente, di qui la cortesia.

In questo giorni di caldo asfissiante e di isteria politico-strategica sui media, a volte penso che quell’oggetto della grandezza di una scatola da scarpe, con scritto “non aprire” su ogni lato, sia al massimo un talismano. I rari telegiornali che mi vien voglia di guardare fanno previsioni abbastanza raggelanti sull’estensione dei danni nel caso di una guerra con l’Iran. Non vedo come una semplice maschera anti-gas potrebbe fare la differenza.

Decido di rubricare la scatola marròn come ufficiale talismano anti guerra, e mi accingo a vivere una vita quasi normale: come chi vive a Los Angeles e sa che un giorno arriverà il “big one”, ma vivere si deve, e dunque via andare. C’è da fare la spesa, da lavorare, da vedere gli amici. Un sano fatalismo condito di ottimismo e pausa dai telegiornali, ricetta perfetta.

E poi, l’estate sta finendo, e con essa la stagione delle campagne di guerra, da che mondo è mondo. Un po’ di rispetto per le tradizioni è tutto quello che si chiede.

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