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“Scendere dall’albero” è una espressione molto di moda in Israele. Significa più o meno rinunciare ad una resistenza inutile, a qualcosa di sciocco dettato solo dall’ego. Come giusto, viene di norma riferita a uomini e a politici.

לרדת מהעץ

E’ il titolo del primo lungometraggio per il cinema di Gur Bentvich: “לרדת מהעץ”, oggi nelle sale in Israele. Opera prima che potrebbe diventare un piccolo cult soprattutto telavivese. Intanto il protagonista: Gal Toren, viso noto delle serie televisive israeliane, che per inciso ha come principale caratteristica di ricordare moltissimo Mark Ruffalo. Stessi occhi tondi da cagnolino abbandonato, stesse guance paffute, e stesso sorriso tra il timido e l’infantile.

Poi il tema: protesta di un piccolo quartiere del centro-sud di Tel Aviv contro la trasformazione di un lotto abbandonato in parcheggio, con tanto di petizione alla città perchè se ne faccia invece un parco. Spunta una tenda canadese, iniziano i presìdi a turni, 24 ore al giorno. Ci si arrampica sull’imponente eucalipto che fa da cuore del quadrato di terra e polvere, arso dal sole e inutilizzato. Il tutto riverbera fortemente le proteste del 2011 che a Tel Aviv ancora chiamiamo “la rivoluzione” (con la minuscola, per carità), anche se il film è stato scritto a monte dell’estate delle tende in Rothschild.

Tutto il film si fonda sulla incoerenza del protagonista, che in realtà sale sull’albero per ritrovare il perduto amore, e che procede a tentoni, a tratti utilizzando la protesta per il suo fine personale, a tratti sposandone la causa in modo sincero. Anche questo, ricorda molto noi telavivesi che non abbiamo vissuto nelle tende a Rothschild, e ci limitavamo a fare passeggiate un po’ voyeuristiche e a lodare la moltiplicazione delle tende, da un capo all’altro del lungo boulevard.

Si aggiungano ancora piccole oasi poetiche portate dal cane sofferente della fu coppia ora scoppiata, con riprese sfuocate e sovraesposte, dal suo punto di vista canino, che fanno da narrativa del tipo deus ex machina. Questo è un film facile, leggero, eppure ricco di sorprese ed autoironia – merce rara fra i zabar. Merita spettatori.

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Sono uscita dalla sala stracolma di laici telavivesi non del tutto convinta che il vuoto nel titolo possa essere riempito. La scena scelta per la locandina, dominata dal bianco abbagliante e dal movimento avanti e indietro del busto nella preghiera sottovoce della protagonista, mi insegue perfino nei sogni. Colpa del rumore del tulle, quasi un cigolio, un lamento interiore, che non smette finchè il finale non chiude il cerchio.

Ormai è trend nel cinema israeliano: si moltiplicano i film su ebrei religiosi oppure Haredi (una volta si sarebbe detto ultra-ortodossi), fatti da ebrei cresciuti in ambiente laico, che si sono avvicinati al mondo religioso e oggi possono parlarne dall’interno. Non troppo stranamente, ciò produce film vagamente claustrofobici e concentrati su due o tre protagonisti, con poche scene di folla o all’aperto. Raccontano un mondo che si muove in interni luminosi o bui, allegri o quieti. Personaggi definiti dal loro status religioso, oltre che umano e relazionale.

Rama Burshtein, che ha scritto e diretto “Fill the void – למלא את החלל” conosce il mondo al di fuori, e nel suo film è chiaro che il dialogo con esso non le interessa. Ogni sviluppo nella trama avviene in un interno, anche se le poche e brevi sequenze in esterno fungono da minime epifanie, che portano chiarezza e catalizzano decisioni. Si indovinano eco di feste di strada per Purim, e una camminata su Rothschild Boulevard conferma che sì, il film è ambientato a Tel Aviv, ma la città non esiste veramente: è un non-luogo che viene solo attraversato.

Questo non è un film di emozioni forti. Non ci sono tensioni politiche, religiose, etiche, ideali. Nessuna guerra né dentro né fuori dalla sceneggiatura. Irit Sheleg, nel film Rivka, la madre della protagonista Shira, è perfetta nella sua modestia combattiva, caratteristica di molte donne religiose. La tela di Penelope che Rivka tesse lungo tutto il film è la materia stessa della trama. Una tela fatta di amor filiale e di strategia, ricercato equilibrio e sottile potere matriarcale sulle altre donne della famiglia. Il suo fine è tenere unita la famiglia, e Rivka decide di ottenerlo nell’unico modo possibile: in un modo quasi incestuoso, a guardarlo con occhi occidentali.

Forse proprio per questo, mi pare difficile che ci si possa appassionare alla decisione di Shira (l’ottima e giustamente premiata Hadas Yaron) se sposare o meno il vedovo della sorella  morta di parto; vedovo che amava teneramente la moglie, e che fatica a convincere perfino sè stesso a risposarsi presto per dare una madre al figlio nato così tragicamente. Il vuoto che viene riempito è un vuoto decisionale, non tanto il vuoto causato dal lutto.

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