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La mia strategia era prendere la Kamchatka. Forse solo perchè ero riuscita ad impararne il nome impronunciabile, e quindi la conquista diventava possibile, ma mi ricordo che funzionava benino.

Da ragazzi si giocava a Risiko con la stessa passione con la quale ci si stracciava a carte o a Monopoli. Risiko in più era strategico e suscitava emozioni forti. Tra gli amici, uno in particolare era famoso per aver rivoltato il piano di gioco in preda a ira funesta, e aver lasciato la stanza ammonendo gli altri giocatori: io non ci sto a fare la fetta di salame! La sua missione era conquistare tutto il globo, ma era stato costretto in Europa del Sud mentre gli altri si spartivano il Nord e tutti gli altri continenti. Io, come sempre, dominavo la mia Kamchatka e anche le volte che perdevo mi divertivo un mondo, letteralmente.

Il mio preferito era però il gioco del vocabolario. Oggi suona come un gioco da veri nerd – allora mi pareva la cosa più cool a disposizione. Numero dei giocatori da quattro all’infinito. Un giocatore apre il Devoto Oli o altro dizionario della lingua italiana, cerca un termine e lo dice ad alta voce per confermare che nessuno dei giocatori lo conosca. Ne trascrive la definizione su di un fogliettino, mentre tutti gli altri giocatori scrivono una loro definizione inventata ma credibile. I foglietti vengono raccolti e letti uno dopo l’altro, e vince chi indovina la definizione giusta, oppure vince il giocatore che ha il dizionario se nessuno ha indovinato.

Lo si giocava soprattutto nelle lunghe serate dei dopo gita a Cogne, ragazzi e adulti insieme. Alla lettura delle definizioni esplodevano a tratti risa irrefrenabili: era esilarante la fantasia e lo spirito dei giocatori nel dare corpo a parole sconosciute, inventando definizioni perfettamente plausibili e altrettanto assurde. A fine vacanza diventava facile individuare la paternità delle definizioni: chi masticava bene il greco e il latino si tradiva facilmente, mettendo troppi paroloni. Poi c’erano gli involuti, gli scientifici, i sintetici, i prolissi, e i professionisti dell’anacoluto.

Oggi questo gioco è impossibile, a meno di rinchiudere i giocatori in una stanza e togliere loro i cellulari, iPhone, iPad, eccetera. E con google e wiki, chi ha più un Devoto Oli in casa?

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Pietre in tasca e sedere a mollo in un ruscello. Il problema in quel momento è stato smettere di ridere e tirarsi su, facendo perno sui massi più piatti e senza metter giù anche un ginocchio, senò addìo, altra acqua addosso fino a valle. Poi i pantaloni si asciugano veloci, mentre si zompetta in discesa in alta montagna.

Credo che la mezza caduta sia avvenuta sul sentiero del Sella, di sicuro al ritorno da una gita parecchio lunga. Non che le pietre c’entrino qualcosa. Ne raccoglievo sempre quattro o cinque: piccole, da tasca. Il detto che gli esquimesi hanno 20 parole per neve vale anche per il grigio delle pietre che fanno la montagna. Dove altri vedevano solo sassi io vedevo un arcobaleno di grigi e marroni, cercavo le infiltrazioni rossiccie di ferro o argilla, bianche o rosa di quarzi, e azzurrine di selce.

Alla prima sosta le lavavo in un ruscello per esaltarne i colori. Le infilavo negli anfratti dello zaino (tasche esterne, interne, al fondo) e fino all’arrivo erano il mio tesoro. Con le pietre nello zaino mi sembrava che la camminata, gita o scalata avesse più significato. Che arrivare al laghetto, al passo o alla cima prefissati entrasse in una logica più grande.

Mi portavo in giro pezzetti di montagna ad ogni salita. Portavo la montagna addosso.

Se le avessi con me oggi, nella mia nuova terra molto meno cromaticamente diversificata, ne farei forse un mini-mausoleo casalingo alle Alpi. Forse è meglio allora, che ogni anno al rientro in città la maggior parte delle pietre, collezionate invero senza molto metodo, sparisse nel trasferimento. Saggezza degli adulti contro la mia innata tendenza all’accumulo di oggetti inanimati.

 

PS – Grazie alle due piccole montanare attuali per il contributo fotografico esplicativo

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