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La stagione delle meduse è finita da un pezzo, anche se quest’anno nessuno l’ha notata siccome ha corrisposto quasi interamente con la guerra. I turisti, anche quelli che alla fine erano arrivati durante questa estate di sirene e soldati al fronte, sono ripartiti. L’acqua, sulle spiagge chiare di Tel Aviv, è ritornata limpida e si fa il bagno in mezzo ai pesci. Le scuole sono ricominciate. Stiamo tracimando verso la stagione della feste ebraiche e pochi parlano ancora dell’estate passata: sabato è perfino arrivata la pioggia, al Nord, a segnare la fine di una stagione e l’inizio di una cosa nuova. Forse non ancora l’autunno, ma qualcosa che ci distacca in modo naturale dall’estate del 2014, che qui nessuno rimpiangerà.

Intanto, il ministero del Turismo, uno dei settori più pesantemente colpiti, già da metà agosto tartassa i cittadini israeliani con una campagna strappalacrime in cui famiglie fanno da testimonial del turismo interno, cosa quasi del tutto sconosciuta all’israeliano medio, per il quale “vacanza uguale aereo”, uguale “uscire da Israele per ovunque”, basta che si debba prendere un aereo, appunto. Fanno quasi tenerezza, le famigliole riprese in luoghi ridenti del Nord (ovvio, adesso non esageriamo, il Sud del paese non è esattamente vendibile come prodotto turistico), che dicono “dafka adesso, siamo venuti qui a goderci le attività per i bambini, la piscina, eccetera”.

In quel “dafka”, sta tutta la filosofia della campagna: vuol dire “proprio”, quindi “proprio adesso”, ma anche “apposta”, per esprimere il fare una cosa di proposito. Senza il “dafka”, diciamolo chiaramente, non si capisce nulla della società israeliana. È la “microribellione” allo status quo, l’espressione di una libertà profonda, puerile, anarchica.
Israele stessa in senso lato, politicamente e filosoficamente, è “dafka”.

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Pubblicato su Pagine Ebriche 24 – http://moked.it/unione_informa/140908/140908.html

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Se Cesare faceva le campagne d’estate un motivo c’era, e se Napoleone è stato sconfitto dal Generale Inverno, anche. Questa guerra (sfido qualunque politico israeliano a continuare a chiamarla “operazione” per salvare il bilancio e la faccia) avrebbe dovuto iniziare e finire durante l’estate. Il fatto che continui, salvo interventi salvifici di qualche genio della strategia diplomatica che non sembra essere ancora nato, è gravissimo e impatta sulle nostre vite, sui nostri nervi e adesso anche sulla capacità del paese di mantenere una normalità, perlomeno lavorativa.

Non solo il dopoguerra è durato una manciata di giorni, ma il ritorno dei missili minaccia adesso direttamente il sistema scolastico e con lui milioni di genitori, che devono trovare il sistema di lavorare anche se i figli non andassero a scuola il primo settembre. Dall’esterno può sembrare una questione triviale: che differenza fa se le sirene suonano e i missili di Hamas cadono in luglio, agosto o settembre? O in che mese tutto il sud di Israele prende in considerazione di migrare verso nord lasciando kibbutzim e moshavim, paesi e città assolutamente israeliane che nessuno ha mai messo in discussione dal punto di vista della diplomazia politica.

Già il fatto che molte attività per i bambini sono state cancellate durante agosto ha fatto danni a molte famiglie, dove i genitori hanno dovuto a turno prendere vacanze per occuparsi dei figli. E si sa, che in Israele tutti abbiamo ben pochi giorni di ferie. Se, come si minaccia questa settimana, l’anno scolastico dovesse non iniziare finché la guerra non finirà, perché non tutte le scuole hanno i rifugi antimissile, il conto dei lavori perduti potrebbe arrivare a numeri allarmanti.

Si comincia a parlare apertamente di recessione, si ritorna con la memoria ai primi anni 2000, quando la seconda intifada faceva esplodere assassini in luoghi pieni di civili israeliani, e l’economia crollava senza rete. Non ci siamo ancora, ma ci sono sempre meno appigli sul piano inclinato sul quale questa guerra ci fa scivolare: il morale e l’economia, si sa, vanno a braccetto. Uno dei due deve essere messo in salvo e subito.


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My theory is simple: Israel is a drug. Once you start taking it, your judgement over reality and manners is twisted forever. When moving to Israel, it’s best to embrace this new status soon, and the new life will become a chain of pleasant surprises, with some puzzling moments easily past with a shrug and a “lo nora” (it doesn’t matter).

People like me, the Olim Chadashim or new immigrants, have layers of stories, languages, lives lived on various shores of Oceans or of the Mediterranean sea. When we settle in Israel, some of us become over-critical and poisonous; others embrace a brand new “Zen” take on life and traffic jams. I most often belong to this second type, and when I slip into the annoying first type I am grateful to the ones who make me notice, so I can instantly re-focus and get back to the bright side of life. Life as an Israeli.

People like me, have made a choice: here and not there. Israel, and not elsewhere. It seems obvious, and almost all the time is it: except when we are at war, like now. Now it’s the time of the social networks fury, when most of us live a double life: working during the day, writing and posting at night. It is exhausting, but we all do it, in all the available languages. If we could win a war based on the amount of energy we put into responding to infuriating, anti-Semitic or idiotic posts, we would never need an army on the ground again.

And so it goes, the People of the Book have become the People of the Post. I am proudly one of the many new Israelis living the double life, in the hope that our own experience translates well in the short Tweets or superficial Facebook lines. And if Israel is a drug, I am happy to be one of the many dealers. At your service.

*Daniela Fubini lives and writes in Tel Aviv, where she arrived in 2008 from Turin via New York. Follow her on Twitter, @d_fubini

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