Tag Archive: Hamas


Se Cesare faceva le campagne d’estate un motivo c’era, e se Napoleone è stato sconfitto dal Generale Inverno, anche. Questa guerra (sfido qualunque politico israeliano a continuare a chiamarla “operazione” per salvare il bilancio e la faccia) avrebbe dovuto iniziare e finire durante l’estate. Il fatto che continui, salvo interventi salvifici di qualche genio della strategia diplomatica che non sembra essere ancora nato, è gravissimo e impatta sulle nostre vite, sui nostri nervi e adesso anche sulla capacità del paese di mantenere una normalità, perlomeno lavorativa.

Non solo il dopoguerra è durato una manciata di giorni, ma il ritorno dei missili minaccia adesso direttamente il sistema scolastico e con lui milioni di genitori, che devono trovare il sistema di lavorare anche se i figli non andassero a scuola il primo settembre. Dall’esterno può sembrare una questione triviale: che differenza fa se le sirene suonano e i missili di Hamas cadono in luglio, agosto o settembre? O in che mese tutto il sud di Israele prende in considerazione di migrare verso nord lasciando kibbutzim e moshavim, paesi e città assolutamente israeliane che nessuno ha mai messo in discussione dal punto di vista della diplomazia politica.

Già il fatto che molte attività per i bambini sono state cancellate durante agosto ha fatto danni a molte famiglie, dove i genitori hanno dovuto a turno prendere vacanze per occuparsi dei figli. E si sa, che in Israele tutti abbiamo ben pochi giorni di ferie. Se, come si minaccia questa settimana, l’anno scolastico dovesse non iniziare finché la guerra non finirà, perché non tutte le scuole hanno i rifugi antimissile, il conto dei lavori perduti potrebbe arrivare a numeri allarmanti.

Si comincia a parlare apertamente di recessione, si ritorna con la memoria ai primi anni 2000, quando la seconda intifada faceva esplodere assassini in luoghi pieni di civili israeliani, e l’economia crollava senza rete. Non ci siamo ancora, ma ci sono sempre meno appigli sul piano inclinato sul quale questa guerra ci fa scivolare: il morale e l’economia, si sa, vanno a braccetto. Uno dei due deve essere messo in salvo e subito.


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Una cosa che non si vede alla televisione fuori da Israele (posso dare per scontato), sono i servizi fiume al telegiornale su ogni famiglia che ha perduto un figlio, fratello, padre, marito. Peccato. Imparerebbero tutti molto, a cominciare da quelli che in fondo in fondo un ebreo morto non è che proprio lo piangono.

Io sono quella che a ogni tragedia italica, dagli smottamenti previdibili alla strage di mafia, dall’incidente stradale agli omicidi in famiglia, toglieva il volume al telegiornale per non sentire le domande cretine dei giornalisti “ma quanto gli volevate bene?”, “vi mancherà molto?”, e soprattutto l’insostenibile “perdonate l’assassino?” seguito da un “sì” che nella maggior parte dei casi mi faceva torcere le budella. Ma come, perdoni un mafioso che ha ammazzato a sangue freddo tuo figlio? Ma che madre sei?

Sì, si vede proprio che son stata tirata su da buona ebrea, di quelli che l’altra guancia nemmeno per scherzo. Di quelli che a perdonare ci pensi Dio, quando e come sceglie lui.

Ora, in Israele, ad ogni guerra che si porta via giovani in maggioranza ventenni, non stacco gli occhi dal telegiornale che riporta le parole di madri distrutte ma ritte, che parlano al microfono alcune raggelate dal dolore, altre in mezzo ai singhiozzi, durante la cerimonia funebre per i loro figli. Ascolto imperterrita padri che hanno servito nelle stesse unità nelle quali i loro figli sono appena stati ammazzati da un terrorista di Hamas. Guardo paziente le immagini traballanti e fuori fuoco di ragazzi vivi e vegeti, girate ad una festa in famiglia, viaggio con amici, matrimonio, nascita del primo figlio. Immagini che oramai sono definitive, non avranno seguito come non avrà seguito il protagonista.

Forse è perché qui i giornalisti non fanno domande: si limitano ad accendere l’audio e a riprendere quello che le famiglie vogliono raccontare, mostrare. Forse è perché quello dove vivo è davvero un paese minuscolo, e dei 64 caduti conosco persone in comune in almeno tre casi.
Sfido chiunque a provare distacco, quando quei caduti non sono solo dei nomi.

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“Vita e morte”

E adesso basta. Smetto per un attimo di essere la brava ragazza neo-israeliana che scrive pezzi settimanali quasi edificanti sulla vita in guerra, e comincio a dire quello che penso.

Penso che dobbiamo, noi israeliani e non altri, fare uno sforzo sovrumano e costruire finalmente una società che per prima cosa sia fatta di condivisione e convivenza fra “noi”.
“Noi” che siamo in maggioranza ebrei, ma perfino fra ebrei emergono tensioni. La mancanza di rispetto reciproco fra chi è più e chi è meno religioso, o fra diverse provenienze (mizrachi, ashkenazi, russi) non può avere spazio in una società basata sulla realtà che siamo tutti ebrei ed israeliani. Il confronto politico che finisce spesso con l’accusa infamante all’altro di essere un traditore (linguaggio militare più che militante) non può portare che a fratture verticali e non rimarginabili nella kenesset e fuori. L’ultima volta che i toni sono saliti oltre la soglia del pericolo è stato assassinato Yitzhak Rabin mentre ci si cominciava a preoccupare seriamente per la deriva violenta di certe frange. Troppo tardi.
E poi, e necessariamente, c’è da mettere al centro un “noi” allargato a tutti: comprese le minoranze arabe israeliane, cristiane, beduine, e gli altri che vivono tutti insieme su qusto minuscolo pezzo di terra. Serve un esame di coscienza profondo sulla nostra società e sul suo futuro, che se non verrà fatto oggi, che sono ancora vivi almeno alcuni dei testimoni delle guerre e degli esodi di metà Novecento, perderà proporzione e senso. Siamo appena in tempo.

Dopodichè, e in parallelo, dobbiamo d’urgenza far scattare un click nei nostri cervelli e smettere di essere una società che accetta la guerra come parte integrante della propria vita. La guerra è per sua natura morte. Non ha nessun senso continuare a pensare che debba per forza far parte delle nostre vite. E’ un ossimoro che avvelena noi e le generazoni a venire, del tutto inaccettabile. Non possiamo vivere in ogni generazione sapendo che una percentuale dei nostri giovani è destinata a morire in guerra – per quanto quella percentuale sia bassa, è per se stessa impossibile da concepire.
E se il metodo per evitare che questa percentuale continui a ripresentarsi all’infinito è sedersi ad un tavolo e trattare su chilometri o perfino metri e insediamenti e campi e fonti d’acqua, si deve fare, e basta. Non c’è nessuna altra alternativa: un accordo di pace duratura e costruttiva con i nemici è probabilmente la parte più dolorosa per molti, ma non può più essere posticipato all’infinito.
Bisogna, oggi, metter fine alla cosiddetta Questione Palestinese, di cui Hamas è solo l’ultima deriva cancerosa.
Trattare con dei terroristi assassini? Meglio di no, ove possibile. Ma se non cerchiamo almeno interlocutori accettabili, con che cuore ci prendiamo noi la responsabilità davanti al futuro di esser stati quelli che non hanno saputo imbastire accordi che avrebbero potuto chiudere per sempre la stagione delle guerre ricorrenti e senza sosta?
C’è molto lavoro da fare, ma è davvero questione di vita o di morte. Le nostre, prima di tutto.

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