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Rehov HaArbaa è l’indirizzo della Cinematheque di Tel Aviv, e di conseguenza è stato uno dei primi luoghi noti nella mia personale geografia cittadina. La Cinematheque stessa somiglia a una piscina pubblica di un paese ex-Sovietico, e neanche il recente restauro ne ha migliorato di molto l’aspetto. Quella architettura irregolare fatta di linee spezzate e i tubi colorati di rosso chiaro, che forse volevano dare al palazzo un tono da Centre Pompidou parigino, non hanno alcun afflato artistico e si può solo sperare che il palazzo diventi presto modernariato urbano, e recuperi un po’ di considerazione almeno come oggetto storico. Per adesso, la cosa migliore della Cinematheque – film a parte – è la piazzetta antistante, fatta apposta per fermarsi dopo il film a discutere, criticare, sminuzzare ogni film in luogo neutro.

HaArbaa significa “i quattro”, non un riferimento cinematografico purtroppo (niente Apocalisse per intenderci), piuttosto, come sempre nella storia tridimensionale che sono le città, un ricordo e un tributo. Erano quattro combattenti dell’Haganà, in appoggio a una unità dal Palmach, e sono caduti durante una notte che ha preso il nome di “Leil HaMishtarot”, la notte delle stazioni di polizia. Era il febbraio del 1946, la dichiarazione d’indipendenza ben lontana dall’essere scritta, si combatteva una guerriglia fatta spesso di attacchi notturni mirati alle armi e ai veicoli usati dagli Inglesi, per limitare la loro attività e colpirli nell’orgoglio. Nella notte fra il 22 e il 23 febbraio, quattro attacchi paralleli hanno lasciato a piedi altrettante stazioni di volanti della polizia, e sul terreno quattro soldati dei nostri.

Un giorno mi metterò fra la piazzetta della Cinematheque e l’inizio di HaArbaa, a chiedere a tutti i passanti se sanno l’origine del nome della strada: scommetto fin da ora che un 10% azzarderà qualcosa di sensato. Perchè HaArbaa oggi è uno dei tanti punti di movida telavivese, ristoranti famosi e locali fusion. E forse non c’è tributo migliore, ai quattro caduti di quella notte: proprio dove li si ricorda, ferve il divertimento e la vita scorre.

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Pubblicato in Pagine Ebraiche24 il 19 maggio 2014 – http://moked.it/unione_informa/140519/140519.html

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I miei primi mesi israeliani, a inizio 2008 a Gerusalemme, sono stati un viaggio nel tempo avanti e indietro senza sosta fra la guerra d’Indipendenza del ’48 e il ripasso delle 12 tribù d’Israele: Naftali, Efraim, Reuven, Gad, eccetera. Ogni mattina mi alzavo presto nell’appartamento di Rehov Nili, spesso scendevo su Rehov HaPalmach dove c’è l’unico bar pasticceria del circondario che serve caffè espresso e ottimi dolci; faceva freddo, era inverno e l’inverno a Gerusalemme può essere gelido. Poi prendevo strade diverse, tutte quasi parallele, per arrivare all’ulpan su Rehov Gad, e rimanerci tutta la mattina e un bel pezzo di pomeriggio. Lezioni di ebraico per cinque ore, pranzo, compiti. Vita dura, quella dello studente adulto.

PalmachnikimAl ritorno, tutta salita. E quasi senza accorgermene, lasciata la zona delle tribù verso quella che snocciola a ogni incrocio un pezzetto di storia delle rivolte contro Ottomani ed Inglesi (Lehi, Bilu, Nili, Tel Hai), cominciavo a canticchiare. Spesso, una marcetta imparata chissà quando, da ragazzina, probabilmente all’Hashomer Hatzair: “Misaviv yehum hasa’ar – Ach roshenu lo yishach – Lifkuda tamid anachnu tamid – Anu, anu Hapalmach!”

Ero convinta che fosse un quasi inno nazionale, senza nulla togliere alla amatissima e melodica Hatikva, e invece ho scoperto allora che è una specie di reperto storico-musicale. Non la conoscono tutti, è forse paragonabile alle nostre canzoni dei partigiani, che a casa mia erano colonna sonora principale, ma ho imparato negli anni che se mi parte in testa una “Brigata Garibaldi” o una “Siamo i ribelli della montagna” è ben probabile che io sia l’unica persona della mia generazione a saperne le parole.

Così anche per la marcetta del Palmach, mini-esercito attivo per pochi anni, prima dell’annessione alla Hagana e poi all’Esercito regolare israeliano. Peccato, era una gran bella marcetta. Per fortuna invece i combattenti del Palmach sopravvissuti al terribile anno 1947-48 sono poi diventati in buona parte leader politici o alti intellettuali nello Stato neonato. Yigal Allon, Yehuda Amichai e Yitzhak Rabin fra gli altri, non sono relegati ad un ritornello che vale solo per chi per caso lo sa ancora.

http://moked.it/unione_informa/140224/140224.html

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