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Niente corteo del 1° maggio e quel che è peggio, niente mimose l’8 marzo. E il 25 aprile?

Così impariamo a girare il mondo. Buffo come certe appartenenze si misurino sull’andare in piazza o meno e sul ricevere o meno fiori in certi giorni. Che poi a me le mimose mi fanno starnutire. E le bandiere che si vedono in piazza non sono sempre tutte tranquillizzanti e festive. Nemmeno tutte rosse, per dire.1maggio

Però ecco, oggi quelli che come me vivono fuori dall’Italia sentono la mancanza dell’evento. In Israele non possiamo dire che ci manchino le occasioni per celebrare collettivamente: dopo Pesach la lista conta a strettissimo giro il giorno della memoria per gli ebrei assassinati durante la Shoah in Europa, il giorno della memoria per i caduti di tutte le guerre dal 1948 in poi, e la festa vera, sentita, nel giorno dell’indipendenza. Due/tre settimane di estremi emozionali.

In Israele in queste occasioni ci si ritrova in una piazza, con un palco e amplificatori superpotenti. Si arriva, si trova posto, e alla fine si va via. Poca politica, molte canzoni e testimonianze di prima mano. La festa o commemorazione è stanziale. In Italia venticinque aprile, primo maggio e anche otto marzo sono in movimento: si va da un punto ad un altro della città, e solo all’arrivo ci si ferma per un po’ a sentire discorsi politici.

Riassumendo, il popolo che da migliaia di anni è stabilmente radicato si mette in marcia per segnare le date fondanti della Repubblica. Quello che ha passato duemila anni a vagare per il mondo, oggi in Israele nelle stesse occasioni sta ben fermo. A pensarci bene non fa una piega.

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C’è crisi e crisi, riassumo, parlando con amici italiani che dopo una settimana in Israele non hanno nessuna voglia di ritornare in Italia.

Vero, qui in certe zone del paese si corre ai rifugi a ogni allarme rosso. Si contano i danni nei cortili degli asili, ai balconi delle abitazioni civili. Civili. Vero, qui abbiamo tempeste di sabbia, invasioni di cavallette, chamsin che toglie il fiato. Vero, qui basta che un prigioniero palestinese muoia di cancro e i territori minacciano la terza intifada. Che è come la Terza Guerra Mondiale durante la Guerra Fredda: tutti ne parlano ma nessuno vuole veramente farla perchè si sa che produrrebbe più danni che benefici ad entrambe le parti. Crisi politiche, militari, metereologiche, da vendere.

ITIL

Però, in Israele si coniuga ancora al futuro. Pullulano le iniziative a ogni livello per promuovere la entrepreneurship – lo stato di grazia che sta fra l’avere una bella idea, metterla per iscritto, lavorarci, e poi sperare che qualcuno ti aiuti a realizzarla. Ci chiamano la start-up nation, e hanno ragione. Qui i giovani si sposano da giovani, non aspettano di avere una “posizione”, spesso non hanno ancora finito l’università – che si fa dopo il servizio militare. Esci dalla zavà a 21 anni dopo tre anni a dir poco intensi; naturale innamorarsi no? E chi ti impedisce di studiare da sposato, facendo in due un lavoro qualunque per pagare l’affitto? Il futuro che avanza sono i sacchi di vestitini e giochi che passano di casa in casa nel giro degli amici, e spesso fanno parecchie tappe prima di autodistruggersi. Roba da anni Settanta? Non in Israele.

In un Paese dove quello che conta è sempre e forse troppo la sostanza, se un’idea è buona è obbligatorio che qualcuno ci investa. Se un vestitino va giusto ad una bambina è ovvio che lo userà. E per l’anno prossimo si vedrà. La progammazione, sempre il minimo indispensabile.

Per questo in Israele il futuro è adesso, continuamente.  Amici italiani, fate buon viaggio ma ritornate presto a farvi un altro bagno di futuro, che vi ispiri un po’ quando sarete troppo immersi nel perpetuo passato/presente italiano.

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