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Sono uscita dalla sala stracolma di laici telavivesi non del tutto convinta che il vuoto nel titolo possa essere riempito. La scena scelta per la locandina, dominata dal bianco abbagliante e dal movimento avanti e indietro del busto nella preghiera sottovoce della protagonista, mi insegue perfino nei sogni. Colpa del rumore del tulle, quasi un cigolio, un lamento interiore, che non smette finchè il finale non chiude il cerchio.

Ormai è trend nel cinema israeliano: si moltiplicano i film su ebrei religiosi oppure Haredi (una volta si sarebbe detto ultra-ortodossi), fatti da ebrei cresciuti in ambiente laico, che si sono avvicinati al mondo religioso e oggi possono parlarne dall’interno. Non troppo stranamente, ciò produce film vagamente claustrofobici e concentrati su due o tre protagonisti, con poche scene di folla o all’aperto. Raccontano un mondo che si muove in interni luminosi o bui, allegri o quieti. Personaggi definiti dal loro status religioso, oltre che umano e relazionale.

Rama Burshtein, che ha scritto e diretto “Fill the void – למלא את החלל” conosce il mondo al di fuori, e nel suo film è chiaro che il dialogo con esso non le interessa. Ogni sviluppo nella trama avviene in un interno, anche se le poche e brevi sequenze in esterno fungono da minime epifanie, che portano chiarezza e catalizzano decisioni. Si indovinano eco di feste di strada per Purim, e una camminata su Rothschild Boulevard conferma che sì, il film è ambientato a Tel Aviv, ma la città non esiste veramente: è un non-luogo che viene solo attraversato.

Questo non è un film di emozioni forti. Non ci sono tensioni politiche, religiose, etiche, ideali. Nessuna guerra né dentro né fuori dalla sceneggiatura. Irit Sheleg, nel film Rivka, la madre della protagonista Shira, è perfetta nella sua modestia combattiva, caratteristica di molte donne religiose. La tela di Penelope che Rivka tesse lungo tutto il film è la materia stessa della trama. Una tela fatta di amor filiale e di strategia, ricercato equilibrio e sottile potere matriarcale sulle altre donne della famiglia. Il suo fine è tenere unita la famiglia, e Rivka decide di ottenerlo nell’unico modo possibile: in un modo quasi incestuoso, a guardarlo con occhi occidentali.

Forse proprio per questo, mi pare difficile che ci si possa appassionare alla decisione di Shira (l’ottima e giustamente premiata Hadas Yaron) se sposare o meno il vedovo della sorella  morta di parto; vedovo che amava teneramente la moglie, e che fatica a convincere perfino sè stesso a risposarsi presto per dare una madre al figlio nato così tragicamente. Il vuoto che viene riempito è un vuoto decisionale, non tanto il vuoto causato dal lutto.

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Undici Settembre, 2002.

Oggi sono uscita di casa molto piu’ presto del solito: tutta midtown e’ zona “Code Orange”, alto allarme antiterrorismo, e avevo paura di fare tardi. Nessun ritardo invece; solo facce un po’ piu’ grige del solito in metropolitana.
E’ una giornata bellissima, sole e caldo. Ma c’e’ vento, e quando c’e’ vento New York e’ ancora piu’ bella. Le bandiere sventolano veloci, e oggi di bandiere ce n’e’ tante. Tutte a mezz’asta, naturalmente.

Alle 8.46am, ora del primo impatto, ero in Bryant Park. E’ un quadrato di verde dietro la Public Library, a pochi minuti dal mio ufficio ed e’ uno dei miei luoghi preferiti, qui a New York. C’e’ sempre gente a quest’ora. Chi ci passa attraverso, chi si siede per due minuti a bere un caffe’ prima di entrare in ufficio, chi legge il giornale e chi aspetta qualcuno. Oggi, c’era piu’ gente del solito. E molti, come me, erano li’ solo per avere un posto fuori dal traffico dove passare il minuto di silenzio in ricordo del passato Undici Settembre, azzurro e caldo come questo, ma quasi senza vento.

Gli operai che lavorano nel parco per costruire una struttura per il memorial di questa sera sono stati il mio orologio. Spostavano materiale, fissavano cavi al terreno, e ad un certo punto si sono fermati li’, cosi’ com’erano, si sono tutti tolti il casco giallo di plastica dura. Non si guardavano, guardavano a terra.
E chi vive qui lo sa, che sono stati quelli come loro, ad arrivare per primi al Ground Zero, dopo i pompieri e i poliziotti. Sono stati loro, a mollare tutti gli edifici in costruzione a New York e a scendere downtown, a spalare per settimane metallo e briciole di esseri umani fuori dal quadrato che adesso e’ una immensa tabula rasa, bianca e innaturale, e si chiama “The Site of WTC”.

Quando gli operai si sono rimessi i caschi e hanno ripreso a lavorare, mi sono mossa anche io verso il mio ufficio. E proprio sull’angolo del mio isolato ci saranno stati duecento altri operai, usciti da un grattacielo in costruzione, che immobili e ordinati guardavano in alto, verso la cima delle travi che verranno ricoperte e diventeranno rapidamente uffici. Ho pensato che fossero usciti in ritardo, erano gia’ le 9.
Invece mentre mi allontanavo senza capire ho sentito partire un applauso, mi sono girata e ho visto perche’ guardavano in su: dall’alto era stata srotolata una immensa bandiera americana, che adesso il vento gonfia e fa ricadere.

E li ho visti piangere. Questi tipacci muscolosi e sporchi, che hanno facce di tutti i paesi, e che chissa’ che lingua parlano dentro le loro teste. E’ passato un anno, anche se sembra meno, e oggi hanno tutti di nuovo il diritto di piangere per i morti e per il bianco vuoto al posto del World Trade Center.

Io sono arrivata “dopo”, non ho perduto nessuno nell’attacco alle torri, non ho perso il lavoro e non ho dovuto cambiare casa. Non sono nemmeno americana, e se e’ per quello non lo era neanche la buona parte di quelli che sono morti un anno fa. Ma vivo qui, in questa citta’ che ha tremila fantasmi e un lutto collettivo da superare. E oggi andro’ ad iniziare le pratiche per il rinnovo del visto. Perche’ non ero qui quando la tragedia e’ avvenuta, ma c’ero in questi mesi di vita che ricominciava, e non voglio perdermi quel che deve ancora venire.

New York, Anno Primo.

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