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meduseQuelli che frequentano le nostre pacifiche spiagge sanno bene che fra fine giugno e luglio i telegiornali lanciano allerte terrificanti sul pericolo meduse, costa per costa, giorno per giorno, manco si trattasse di alieni in ricognizione. Un paese che di solito ha davvero altre questioni per la testa, si trova per un mese tutto concentrato nella valutazione se fare o non fare il bagno, e dove, e segue con ansia lo svilupparsi dell’attacco a tenaglia della specie più temuta: la medusa bianca.
La medusa bianca sembra un innocuo ma abbastanza schifoso sacchetto di plastica, e invece di provocare il giusto disgusto del dove andremo a finire con tutto questo inquinamento, lascia scie ed eritemi e può in effetti essere un pericolo, se ci si trova in mezzo a un banco intero. Non succede, anche perchè le coste telavivesi sono dotate di un Iron Dome anti-medusa umano: i bagnini con megafoni infernali che dall’altro della loro casetta sulla riva sono capaci anche, ove occorra, di sgridare un bambino che si mettesse le dita nel naso.
Vedono tutto, commentano tutto, e soprattutto sono indefessi avvistatori di meduse. In sette estati a Tel Aviv non ne ho mai, dico mai visto uno scendere dalla torretta di avvistamento. È possibile che le loro palafitte siano autosufficienti per mesi anche in caso di calamità naturali assortite, e comunque fanno un fior fiore di servizio pubblico: sulle spiagge di Tel Aviv non ci si sente mai soli, non c’è mai un minuto di completo silenzio, e se fra giugno e luglio una medusa sta nuotando al tuo fianco da mezz’ora è sicuramente una di quelle blu, estetiche e fluttuanti, che non oserà pungerti neanche lontano dallo sguardo severo del bagnino.
Ah, che bello sapere che c’è chi ci protegge, almeno dalle meduse, mentre il nucleare iraniano, il Bds, l’Isis, i tunnel di Hamas, e il resto delle preoccupazioni possono stare lontane dai nostri castelli di sabbia.

Daniela Fubini, Tel Aviv twitter @d_fubini

Pubblicato su Pagine ebraiche 24 il 13 luglio 2015 – http://moked.it/blog/2015/07/13/oltremare-lallarme-medusa/
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Il mare ritorna perfetto ad ottobre. Oggi, per esempio. E’ mosso quel che basta per mostrare meglio i colori dal bianco al blue marine, che lasciano spazio al turchese profondo alla fine del quale, in autunno, si indovina la sabbia chiara.

Il mare perfetto non è freddo: il bagno si può fare, e azzardare qualche bracciata senza andare al largo, fra i cartelli “Vietato Nuotare” che punteggiano tutta la costa. Le nuvole e il vento donano un po’ di varietà a quel cielo blu che altrimenti riflette monocolore ed inesorabile il calore della lunga estate. La sabbia non brucia più sotto i piedi, e questo mi ricorda il mio altro mare.

Poche settimane fa ho rubato due ore al pellegrinaggio veneziano, per concedermi un tempo solo mio. In vaporetto verso il Lido è viaggio che conta: il rumore tosse secca del motore, l’esser seduti a livello acqua – spruzzi di acqua salata che entrano dai finestrini ancora aperti. Sono tutte madeleine dell’anima, queste.

Accelero il passo sul Gran Viale, e guardo appena l’Hotel Ausonia, rifugio degli ultimi caffè all’aperto della famiglia ancora completa. Mi accorgo che i mosaici liberty non hanno perduto nitidezza, o forse è il cielo grigio di pioggia che lentamente si avvicina, che ne risalta i colori pastello. Non si vede la terrazza con le sedie bianche di metallo fine, sassolini rotondi per terra.

Arrivo alla rotonda per vedere il mio mare, e un’onda di realtà mi colpisce in pieno: la mia sabbia è del tutto diversa per tonalità e consistenza quella più dorata ma attaccaticcia che calpesto a Tel Aviv. Per provarlo, scendo a piantare i piedi nudi nella sabbia settembrina, lontanamente tiepida nonostante il sole sia stato pallido tutto il giorno. La sabbia cede, con il cedere del sale fino; quasi non si attacca ai piedi, ma nemmeno vola al vento.

Da oggi non potrò più camminare sul bagnasciuga a Tel Aviv, a casa, illudendomi che le sensazioni siano in fondo le stesse di un tempo. Sono davvero mille i modi per diventare grandi.

Intanto una dozzina di cocai (gabbiani) si è accucciata controvento e mi dà il tempo dell’arrivo della pioggia. Nuvole scure si intravedono su Venezia mentre il cielo sul mare è ancora libero. Sul vaporetto al ritorno la pioggia arriva. La prendo come un fatto, non intacca il mio umore né il mio sguardo.

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Otto mesi nel labirinto umano e topografico di Gerusalemme sono stati il massimo che il mio raziocinio potesse tollerare.

Gerusalemme è la nemesi dei quadretti ordinati di Torino e di Manhattan, l’antitesi alla pianura, l’incubo di ogni guidatore. Nel dedalo delle strade in pendenza che rende qui la bicicletta uno sport estremo, ogni abitante anche temporaneo impara presto che per arrivare a piedi dal punto A al punto B è bene passare per giardini privati, retri di edifici, siti in costruzione e passaggi segreti. Altrimenti, si rischia di non arrivare mai.

E come è vero che gli abitanti finiscono per somigliare alla loro città.

Quando si è da poco a Gerusalemme sembra di vivere in un labirinto sospeso nello spazio quanto nel tempo, in cui tutti cercano qualcosa ma danno l’impressione di essere fermi: studiano, pensano, si prendono una pausa dalla vita. Gli americani brillano per l’alienazione assoluta e paiono usciti da “Banana Republic” (la canzone, non la catena di negozi) – “alle spalle una storia improbabile…” Di rado si incontra qualcuno che lavori: chi lavora, di norma lo fa altrove. Gerusalemme dormitorio d’alta quota.

Dovendo lavorare per vivere, dopo l’ulpan (=scuola di ebraico) son scesa in fretta dalle altitudini spirituali e meditative della città davvero eterna, alla pianura dei peccatori e dei frequentatori assidui di spiagge (anche per un quarto d’ora, tra due impegni; una sfniffata di iodio al  passaggio).

A Tel Aviv le strade formano agglomerati dalla topografia quasi comprensibile e spesso facile da navigare; anche per via della linea retta del mare che fa da nord pur essendo a ovest. In bicicletta poi, tutto diventa raggiungibile.

Certo anche i telavivesi somigliano a Tel Aviv. Come la città è una variazione mediterranea sul tema di New York, così lo siamo noi. Sempre a lavorare troppo e poi correre tra un concerto, un evento imperdibile qualsiasi, il vernissage della mostra di un conoscente e un cinema con gli amici; asciugamano idealmente buttato sulla spalla, pronti per un tuffo in mare quando capita. Sì forse qui in pianura si esagera un po’: c’è una vena di prezzemolismo in tutto questo moto perpetuo.

Ma fermi col naso in aria, noi, quasi mai.

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