Tag Archive: New York


In questi giorni torridi, che per noi sono assolutamente normali d’estate, ma comunque non piacevolissimi, mi colpiscono due cose.

Primo, che l’anno scorso esattamente in questi giorni non ne potevamo più di sirene e rifugi, e di missili e di quei pezzi di metallo che cadevano sui tetti, nei giardini e accanto agli asili. Non se ne parla molto, salvo per quanti hanno perduto un figlio fratello o marito a Gaza, e in questi giorni deve andare al cimitero a chiudere l’anno di lutto religioso. Sabato sera sulla Tayelet, a pochi metri da dove leggevamo in mezzo alla sabbia le lamentazioni di Eichà che danno inizio al digiuno del 9 di Av, è spuntato un mini-memoriale per uno dei caduti di Tzuk Eitan, che prima del richiamo giocava a beach volley in uno dei campi illuminati tutta la notte.

La seconda cosa che mi colpisce è che ultimamente mi è capitato, per ragioni di lavoro e non, di frequentare molti tetti. A Tel Aviv non hanno ancora raggiunto l’utilizzo intenso che se ne fa a New York, dove quasi ogni palazzo ha un tetto ricoperto di catrame scuro, se non abitabile, di certo attrezzabile anche per una singola festa o un ritrovo fra amici. Quando si cerca casa a New York, è automatico chiedere di vedere il tetto. E al tetto poi si sale spesso, magari solo per prendere aria, o il contrario, per fumare.
A Tel Aviv i tetti piatti sono sbiancati con una specie di palta bianchissima, che vorrebbe tenere lontano il calore. Tornando a casa da un evento o da una chiacchierata su di un tetto, ho imparato che le scarpe è meglio lasciarle fuori: sembrano le scarpe di un muratore. Quello che manca lassù è l’aria condizionata, ma se si è abbastanza vicini al mare la brezza notturna la sostituisce egregiamente.

Certo l’anno scorso nessuno avrebbe organizzato un evento su un tetto. Forse per questo quest’anno tutti si sono scatenati: il post-trauma declinato dai festaioli telavivesi.


Pubblicato il 27 luglio 2015 su Pagine Ebraiche 24 – http://moked.it/unione_informa/150727/150727.html//

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Quando un paese è nel processo di decidere se entrare in un conflitto che prevede l’utilizzo di forze armate in un paese straniero, di solito le piazze si riempiono di manifestanti, che brandendo arcobaleni e bandiere variamente colorate fanno sentire le loro voci contro l’entrata in guerra.
Le ultime due occasioni che ricordo con nitidezza sono la guerra del Golfo nel 1990-91 in Italia, e la guerra in Iraq a New York.

Nell’inverno 1990 ero giovane e idealista, in piazza a Torino, mentre in tutta Israele cadevano i missili di Saddam Hussein – allora non c’era l’Iron Dome a proteggere i nostri cieli. In Israele si scendeva nei rifugi per rimanerci fino a nuovo ordine, altro che i dieci minuti attuali. Lo ricordo come un inverno torinese non particolarmente freddo. Lo ricordo anche come l’ultima volta che sono mai scesa in piazza in Italia. Dopo aver visto striscioni anti-israeliani di violenza verbale inaudita, ho girato i tacchi quel giorno, dicendo ai compagni di scuola che avevo visto abbastanza, e addio.

Nella primavera 2003 ero newyorkese da un anno e mezzo ormai, ed è stato più che naturale scendere a manifestare contro la guerra che tutti chiamavamo “Freedom Fries War”, la guerra delle patatine fritte, nuovo nome (semi-coatto) delle “French Fries” dopo i dissapori fra Bush figlio e l’allora Presidente Chirac. L’unica manifestazione cui sono andata era così fortemente presidiata dalle forze di polizia, che sono ritornata a casa col timore che mi ritirassero il visto di lavoro.

Qui in Israele, normalmente si scende in piazza con allegria e bambini nei passeggini: le manifestazioni fiume dell’estate 2011 per la giustizia sociale parevano enormi feste di paese. Ma in tempi di guerra le manifestazioni qui sono semplicemente vietate, tutte, dalla Protezione Civile. Vietato assembrare oltre mille persone e diventare così un target per possibili attentatori e missili. Ecco, altri tempi ma anche altre priorità. E Facebook e Twitter al posto della piazza.

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Era l’undici settembre del duemilaeuno.

Ero a casa a Torino, aspettavo che arrivasse l’ora di apertura dei negozi per andare a comperare IL biglietto. Il lavoro l’avevo già, almeno sulla carta, dopo un colloquio telefonico. New York a inizio ottobre, mi dicevo, deve essere già fresca ma non ancora gelata. Prima volta oltreoceano, e per giunta per almeno un anno.

Il telefono ha squillato e l’amica migliore, quella di tutta una vita, con una voce strana davvero mi ha chiesto se avevo la tv accesa. No. Accendi. Un aereo si è schiantato sulle Torri Gemelle. Ho acceso: sembrava un film, ma era in diretta.

Il resto lo ricordo come una confusione linguistica e di immagini. I sottotitoli della CNN, l’inglese che veniva coperto dai giornalisti italiani: l’ansia di non poter sentire l’originale, le notizie veramente in diretta. Il secondo aereo, e la percezione immediata dell’atto terroristico senza precedenti nella storia.

Ricordo la faccia spaurita del direttore di uno degli uffici ai quali avevo mandato il mio resume: il sopravvissuto italiano per eccellenza, intervistato da tutti, che sapeva che il suo ufficio era bruciato, scomparso. Pensavo: avrei potuto esser lì, nella torre che si sbriciolava, se quest’uomo avesse scelto me per l’intership estiva.

Sono arrivata a New York ugualmente, a fine novembre 2001. Il Ground Zero ancora bruciava. Emanava un odore che non dimenticherò mai. Per mesi, come molti sono andata poco volentieri nel Financial District. Sono poi rimasta a Manhattan quasi quattro anni, innamorata della città, la mia isola di pietra, incrollabile e piena di luce.

Ancora oggi, quando ci si incontra tra newyorkesi o ex, e dico che ci ho vissuto in quegli anni, il discorso cade sempre sul “dove eri quando è successo”. Ancora oggi, l’undici settembre è un grumo nella memoria, che non si scioglie.

(da originale pubblicato sul forum del Corriere.it 11-09-2011, decimo anniversario)

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