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Mia nonna ragazzina

Mia nonna ragazzina non l’avevo mai vista.

Poi ieri sera, ritorno a casa da una riunione lunga, faticosa e inutile e mi ritrovo la faccia a tre centimetri dallo schermo del computer, a cercare volti noti in un album online appena arrivato via email. Autore il cugino collezionista di memorie. Buon sangue non mente.

Un album ferrarese di fotografie di inizio anni Trenta: che cosa strana da mettere online. La carta con i bordi a ondine, lo spessore un po’ irrigidito delle fotografie, tutte cose che non posso sentire. Ma vedere mia nonna ragazzina ai raduni annuali con i suoi amici del “Giornalino”, il sorriso un centimetro più aperto di quel che ho mai visto io, quello sì. I cappottini stretti in vita, le gonne tre quarti a campana, i cappellini tondi e leggeri sui suoi capelli scuri, ondulati non so se dalla messa in piega o per natura. La leggera sfrontatezza con la quale guarda sempre dritto in camera, abbronzata e sorridente.

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Attimi prima della tempesta. Le sorelle della nonna poco più che bambine, a volte ancora vestite alla marinaretta, impossibile non riconoscerle nonostante gli anni e adesso la vecchiaia. Le amiche in posa, ragazze e adulte nella stessa espressione. Anni dopo, una di queste amiche, carnagione scura e occhi grandi, fece i documenti falsi con i quali i nonni si salvarono.

Erano una compagnia di amici che negli anni si sono sempre tenuti in contatto e aiutati a vicenda. E dire che fra loro si chiamavano “Grilli”.  O tempora, o mores.

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La memoria è una foto in corridoio, in un punto mai ben illuminato. E’ una foto ingiallita e un po’ sbiadita, molte file di bambine con i grembiuli bianchi. Una bambina fra le più piccole mi somigliava in modo impressionante. Stesso visino ovale, stessi capelli ondulati che si indovinano castani chiari. Di anno in anno, crescendo, arrivavo a vedere quella foto sempre meglio, ad altezza occhi. Per quanto chiedessi con insistenza, mi veniva sempre risposto che no, non è una mia ava. Era di un’altra famiglia, nessun legame di parentela. E non è mai ritornata.

Questa frase “non è mai ritornata” è il primo nucleo del dipanarsi della storia di noi ebrei a metà Novecento, per me. Ritornata da dove? E perchè ci era andata?

A casa non si facevano domande. Le foto di famiglia si guardavano poco. La nonna preferiva i vivi. Solo en passant, qualche volta afferravo al volo un nome, quando quel nome era pronunciato con un velo palpabile di tristezza aggiuntiva, che non era la semplice tristezza che emana dall’affetto per qualcuno che non c’è più. C’erano nomi che venivano pronunciati sempre a gruppetti, piccole famiglie, persone accomunate da un unico destino. Cugini, zii, che non erano tornati.

Poi un giorno a scuola in sala proiezioni, nonostante la nostra tenerissima età, abbiamo visto.

Sono passati decenni, ma mi ricordo il rumore a scatti del proiettore, e il fiocchetto rosso in testa alla mia compagna di banco; e ogni fotogramma accompagnato dalle spiegazioni pazienti dell’insegnante. Erano i filmati originali degli Alleati, temo. Il luogo da cui non si ritornava prendeva forma davanti ai nostri occhi. I cancelli, il filo spinato, gli occhi grandi e i corpi affamati.

Aveva ragione la nonna a preferire i vivi.

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Prima candelina (di otto, come da tradizione).

La dedico a mia nonna, che mi ha insegnato senza forse rendersene conto una preziosissima melodia di rito veneziano o ferrarese o non-lo-so ma non importa. Ormai è mia, come tutto quello che ho imparato da lei. Per appropriazione debita.

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Raramente ci si accorge di quanto la trasmissione di tradizioni abbia a che fare direttamente con la scomparsa di chi la tradizione la trasmette. Finchè c’è stato qualcun altro che cantava anche per me il salmo n.30 dopo le benedizioni sulla channukkìa (la lampada di Channukka), non mi curavo di saperlo ridire. Ma nel momento in cui la voce familiare ha smesso di essere a portata di orecchio, si è creato subito il bisogno di riprodurla.

Oggi anche grazie all’ebraico, recuperato e ristudiato faticosamente, non faccio fatica a leggere il testo che già sapevo quasi a memoria. La cantilena lega le parole e pazienza se a volte si inceppa. Anche la nonna tentennava, in certi punti. Ritornava qualche parola più indietro e reintonava. E io imparavo ascoltando. L’importante – oggi come allora – è non perdersi d’animo e arrivare al fondo, dove il tono sale, e poi chiude con ritrovata modestia.

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