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Se non c’è due senza tre, si preparano tempi duri. E oggi, ancora vagamente ubriaca dagli eccessi di Purim, non mi va per nulla di pensare a quale tipo di terza intifada staremmo andando incontro. Invece pare che ai giornali israeliani vada molto. Tutti a riportare le dichiarazioni delle leadership palestinesi (poco importa se visto il numero di persone che rappresentano sia del tutto surreale che se ne parli sempre al plurale).

Intifada

Oggi su Reshet Bet il commmentatore faceva una ipotesi non molto edificante: la terza intifada, già chiamata nelle piazze e nelle moschee da un mesetto almeno, sarà un misto fra la prima e la seconda. Disordini, pietre e accoltellamenti di singoli come nella prima, e bombe in luoghi affollati come nella seconda – solo, meno frequenti perchè è un fatto che gli esplosivi e gli attentatori passano con maggiore difficoltà oggi, grazie alla barriera che in occidente ci si impunta a chiamare muro. Chi lo  vedesse dal vero saprebbe che è un muro solo in alcuni punti particolarmente esposti.

Pare che questa, se la faranno, sarà una Intifada a orologeria: in preparazione dell’arrivo di Obama, per far salire la tensione e mettere il nuovo stato palestinese al centro dell’interesse. Poi, passata la festa gabbato lo santo, tutti a casa a contare vittorie e sconfitte diplomatiche. E come al solito, Israele a leccarsi le ferite all’orgoglio sui media internazionali.

Perchè Bibi saprà anche fare le guerre. Ma dimostrare un po’ di intelligenza e strategia nella gestione dei rapporti con la stampa, non sia mai. Meglio lasciare che il suo popolo intero, fuori e dentro Israele, debba confrontarsi ogni giorno con le notizie di parte, piegate e a volte inventate, contro di noi. Ecco un ministero che dovrebbe ricevere finanziamenti raddoppiati nel nuovo governo.

A proposito, anche il nuovo governo è a orologeria: Bibi vuole inaugurarlo prima dell’arrivo di Obama, per mostrare credibilità e stabilità. Ma gli altri eletti paiono non essere d’aiuto.

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Condannata alla minoranza a vita, e senza sconti. Ma perchè? Ho il gene della minoranza e nessuno mi ha avvisata? Oppure mi autoinfliggo la condizione di minoranza, e provo anche a fare dell’autoironia. Come se l’ironia facesse compagnia. minoranza

L’ultima volta che mi sono sentita parte di una maggioranza – per nulla silenziosa – è stato nel periodo aureo della FGEI di inizio anni ’90. Adesso anche la FGEI ha un nuovo nome, ma allora io ero fra le giovani leve, estratta appena in tempo dalla Hashomer nazionale che abusava del mio tempo e della mia pazienza.

Alla Federazione Giovani Ebrei d’Italia arrivavo con un pedigree di platino. E a diciott’anni mi han sbattuta in prima linea, mossa geniale per bruciarmi sul colpo. Invece ho tenuto duro, anche troppo a lungo. Commissioni, consigli, congressi, raduni, seminari, e soprattutto montagne e mari di campeggi. La vita si contava a settimane, fra un incontro e il successivo. Dormire era considerato un passatempo inutile.

Lì, alla FGEI ancora settoriale e sinistrorsa, ero a casa. Ma dopo quegli anni, o anche in quegli anni ma al di fuori della bolla protettiva di mamma FGEI, è stata minoranza continuativa e impietosa.  E sia.  Son cambiati tutti i simboli, son passate due generazioni di politici, mani sporche e mani pulite, ho fatto il dovuto passaggio in America (naturalmente negli anni fulgidi del Bush diversamente intelligente), e, approdata finalmente in Israele, rieccomi in un partito di minoranza.

Ha ragione un mio amico di destra ma simpatico: è palese che lo faccio apposta. Ma sono io, o non è invece il mondo che non ha ancora imparato a girare per il verso giusto?

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Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere. Nella super-semplificazione ovviamente americana, questo spiegherebbe i nostri diversi comportamenti, le reciproche incomprensioni (oltre a 3.000 anni di letteratura, innumeri guerre e – più di recente – un secolo di cinema).

In Israele ci raccontiamo spesso di avere la parità dei sessi: le donne sono presenti nell’esercito (sì però, quante donne nelle unità combattenti?), nell’industria, e sono rilevanti nella generale percezione della società. Se può farlo lui, può farlo anche lei. Eppure, alle recenti elezioni si è ripresentata la triste e sciovinista realtà propria di quasi tutte le società umane. Uomini al comando; donne, se presenti, in seconda linea e in ambiti riconoscibili come femminili: educazione, sanità, stato sociale, eccetera.

gov.il

I tre uomini qui a lato sono i vincitori. Per quante siano le donne nei loro schieramenti, saranno probabilmente queste tre le facce del potere nei prossimi anni. E questo che cosa ci dice, che Shelly Yachimovich e Tzipi Livni hanno fatto scelte politiche sbagliate, dettate dall’ego più che dalla onesta volontà di fare il bene del popolo? Certo. Anche. Ma a me viene il dubbio che il peso politico dell’esercito, dove non un generale è donna, e che ha sempre fatto da incubatrice della leadership ben a valle della Guerra d’Indipendenza del 1948, acuisca la marginalità delle donne in politica.

E allora, se Marte è il dio della guerra (quindi almeno in questo la sociologia da strapazzo fa tornare i conti), quello che mi serve come contrappunto non è tanto una Venere femminile e amorevole come Shelly, che faceva le pubblicità elettorali dalla sua cucina; ma una Diana ben armata che sia capace di incutere rispetto.

L’unica che si vede in giro è Zehava Gal-On, che infatti con piglio combattivo ha riportato il Meretz a 6 seggi – abbastanza per lasciare che gli uomini si misurino gli ego nella composizione della coalizione, e per continuare poi pragmaticamente le battaglie parlamentari in materia di diritti dei lavoratori, ambiente e parità tra i sessi. Pazienza ne ha da vendere. Spero abbia munizioni a sufficienza.

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