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Nel palazzo in cui lavoro, un grattacielo di tutto rispetto (almeno per altezza) in centro a Tel Aviv, fra i molti uffici c’è quello dell’ambasciata di Spagna. Me lo dice la bandiera spagnola che sventola fra le altre – e le altre mi dicono che ci sono anche ambasciate di altri paesi, meno interessanti per il momento. Me lo dicono gli elegantissimi funzionari che incontro sempre sulla scalinata di accesso alla lobby. E suppongo che in un prossimo futuro me lo dirà anche il traffico intenso che si produrrà al loro piano, quando cominceranno ad arrivare veramente almeno una parte degli oltre due milioni di discendenti degli ebrei di Spagna che possono adesso far richiesta di passaporto spagnolo.
Uno crederebbe che certi capitoli tragici della storia ebraica europea, almeno quelli più remoti, come la cacciata di Spagna, si possano dire definitivamente archiviati. No, evidentemente noi ebrei viviamo davvero in un tempo che è tutto presente (come vorrebbero alcuni mistici), una specie di bolla temporale fra diaspora e fine dei tempi, con arrivo del messia e resurrezione dei morti e via dicendo. E quindi, pare perfettamente logico che la Spagna permetta a tutti i discendenti dei cacciati nel 1492 di richiedere un passaporto spagnolo.
Diciamo che è logico. Diciamo anche che io stessa rientro nel novero, e la cosa mi interessa, almeno a livello teorico. Ma poi tutti gli israeliani che fanno parte degli oltre due milioni, davvero si metteranno a studiare lo spagnolo per passare il previsto esame di lingua? Chiunque non viva in Israele risponderà “ma figurati!”. E invece io non voglio fare previsioni sulle percentuali, ma so di per certo che molti ci stanno già pensando. Per un motivo semplicissimo: sessantasette anni di stato democratico ed indipendente non hanno ancora sradicato l’attitudine tutta diasporica degli ebrei a stare in campana, e a collezionare passaporti, quanti più se ne può avere.
L’ansia dell’essere ributtati a mare non è del tutto fugata. Prevedo code scomposte e rumorose in ambasciata di Spagna e pause caffè molto meno frequenti per i suoi funzionari.

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Per noi nuovi israeliani che arriviamo da comunità diasporiche piccole e forti (nel senso dell’identità, perlomeno), l’alyiah coincide anche con la perdita della Comunità, come luogo fisico di attività sia sociali che religiose. Ovvio: in Israele siamo a casa, fra ebrei. Non c’è più bisogno di radunarsi in un luogo ebraico perché tutto intorno le nostre vite si svolgono in un ambiente non ebraico.

Però, chi è sempre andato al tempio deve pur trovare un tempio locale dove andare per shabbat e Feste. E a seconda di dove ci si è stabiliti, iniziano avventure templari più o meno di successo. Intanto, la divisione fra Sfarad e Ashkenaz si ripropone con forza nella tradizione sinagogale. Ed è inutile sottolineare quanto noi italiani siamo un mondo a parte, e anche parecchio frastagliato.

Ci sono quelli che si innamorano della musicalità dei templi Carlebach, ma le melodie composte da Carlebach sono troppo soggette all’interpretazione, e spesso prendono chine melodico-depressive, oppure simili a musical americani (che forse non erano previste dall’autore). Alla lunga, a noi italiani il Carlebach viene a noia. C’è chi tenta la via decisamente sefardita, per poi trovarsi in templi marocchini con il rabbino vestito in completo nero e cappello Borsalino: i templi sefarditi non “charedizzati” si contano sulle dita di una mano.

Prima di passare alla ritirata però, a Gerusalemme e a Ramat Gan si può andare al Tempio Italiano, dove anche per ragioni estetiche ci si sente un po’ come nel tempio della Comunità che abbiamo lasciato; e a Tel Aviv c’è il nuovo tempio degli Italkim, giovane e veramente in larga parte tripolino, ma italiano nella lingua delle chiacchiere al kiddush.

Direi che chi pensava che in Israele fosse possibile riunificare Sfarad e Ashkenaz (se non a tavola, almeno nella preghiera) in un nuovo rito “Yerushalmi” è rimasto deluso. E noi italiani in questo non diamo il buon esempio, con il nostro attaccamento alle musiche e alle tradizioni italiane. E’ un fatto: il modello “melting pot” con noi buoni ebrei non funziona. Preferiamo il patchwork.

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Pubblicato in: Pagine Ebraiche 24, 22 luglio 2013 – http://www.moked.it/unione_informa/130722/130722.html

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Quando ancora non immaginavo che sarei diventata un’israeliana, mi divertiva molto vedere gli amici che ritornavano da periodi medio-lunghi in Israele ingrassati di diversi chili. All’epoca pensavo che fosse perchè, come ho già avuto modo di raccontare le porzioni qui sono enormi.

Vivendo qui da anni, ho invece imparato che molti visitatori vengono proprio presi dall’inarrestabile smania di mangiare, appena toccano il suolo israeliano; soprattutto quelli che mangiano kasher, che come sbarcano si buttano su qualsiasi forma di carne a pranzo e a cena, e se proponi un pasto a base di pesce o (orrore!) latticini fanno i vaghi, finchè non ti convincono ad accompagnarli a mangiar bistecche o spiedini. Bisogna capirli: la carne kasher all’estero è limitata e non esaltante.

Però siccome siamo ebrei, e per ogni due ebrei tre opinioni, ti pareva che non mi emergeva anche qui l’atavica frattura Sfarad/Ashkenaz? Gli amici sefarditi o mizrachi (provenienti dai paesi arabi e dalla Persia) preferiscono spiedini e carne molto aromatica e piccante; amano i sapori forti in generale, e hanno proverbialmente stomaci forti per digerirli. L’ashkenazita tipico lo si trova invece davanti ad una bistecca alta due dita a qualunque ora sia sceso dall’aereo. Ma non gli mettere in tavola pepe o peperoncino: la sola vista dei merguez, le salciccie rosse nord africane, gli provoca il bruciore di stomaco.

Esiste un solo luogo di incontro dei due mondi ebraici: l’americanissimo hamburger. Che chiamarlo carne è un complimento, così macinato e annegato nel ketchup. Però contenti loro. Io comunque come ebrea italiana sono non-demoninational (e incompresa, gastronomicamente parlando), anche se per semplicità dico che sono sefardita – ma, aggiungo, proprio dalla cacciata di Spagna. Gli askenaziti di solito allora chiedono preoccupati “e che cosa mangiate?” Oh, centinaia di piatti diversi. A differenza di altri, vorrei dire.. Insomma: come quando ero piccola e a Torino mi si chiedeva Juve o Toro? E io rispondevo: Padova, la squadra del nonno!

Come allora, tertium datur, ma bisogna difenderlo.

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Pubblicato su Pagine Ebraiche 24 – http://moked.it/blog/2013/07/15/oltremare-sei-quel-che-mangi/

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