Tag Archive: Torino


Quando un paese è nel processo di decidere se entrare in un conflitto che prevede l’utilizzo di forze armate in un paese straniero, di solito le piazze si riempiono di manifestanti, che brandendo arcobaleni e bandiere variamente colorate fanno sentire le loro voci contro l’entrata in guerra.
Le ultime due occasioni che ricordo con nitidezza sono la guerra del Golfo nel 1990-91 in Italia, e la guerra in Iraq a New York.

Nell’inverno 1990 ero giovane e idealista, in piazza a Torino, mentre in tutta Israele cadevano i missili di Saddam Hussein – allora non c’era l’Iron Dome a proteggere i nostri cieli. In Israele si scendeva nei rifugi per rimanerci fino a nuovo ordine, altro che i dieci minuti attuali. Lo ricordo come un inverno torinese non particolarmente freddo. Lo ricordo anche come l’ultima volta che sono mai scesa in piazza in Italia. Dopo aver visto striscioni anti-israeliani di violenza verbale inaudita, ho girato i tacchi quel giorno, dicendo ai compagni di scuola che avevo visto abbastanza, e addio.

Nella primavera 2003 ero newyorkese da un anno e mezzo ormai, ed è stato più che naturale scendere a manifestare contro la guerra che tutti chiamavamo “Freedom Fries War”, la guerra delle patatine fritte, nuovo nome (semi-coatto) delle “French Fries” dopo i dissapori fra Bush figlio e l’allora Presidente Chirac. L’unica manifestazione cui sono andata era così fortemente presidiata dalle forze di polizia, che sono ritornata a casa col timore che mi ritirassero il visto di lavoro.

Qui in Israele, normalmente si scende in piazza con allegria e bambini nei passeggini: le manifestazioni fiume dell’estate 2011 per la giustizia sociale parevano enormi feste di paese. Ma in tempi di guerra le manifestazioni qui sono semplicemente vietate, tutte, dalla Protezione Civile. Vietato assembrare oltre mille persone e diventare così un target per possibili attentatori e missili. Ecco, altri tempi ma anche altre priorità. E Facebook e Twitter al posto della piazza.

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Quinta candelina, per Torino – Torino d’inverno soprattutto.

Torino inverno

Con la corona delle montagne tutto intorno, il fiato bianco che si ghiaccia in un fumetto buffo mentre entro e ordino uno zabajone caldo. Fiorio, ça va sans dire. Le sedie di una volta, il cameriere di una volta, gli specchi e qualcosa di fortemente Savoia mi abbraccia. Regale e demodé insieme.

Ho un conto aperto con Torino, e oggi lo chiudo. Per vent’anni non ho fatto che partire, valige arrabbiate o piene di speranza, ma sempre valige. E per vent’anni non ho fatto che ritornare e scoprire ogni anno la bellezza crescente della mia città. Restaurata, liberata dalle macchine che ne ingolfavano il cuore, fino ai cancelli di Palazzo Reale. Ripulita e ricolorata, come una vecchia pellicola che aveva perduto ogni sfumatura e che ritrova la nitidezza che forse non aveva mai avuto.

Dentro Torino, a un passo dai portici reali, ci siamo noi: meno di mille ma ben piantati ai limiti della San Salvario dalla pelle multicolore. La mia comunità ebraica, la mia gente, con tutto il bene e il difficile che questo porta. Infiniti anni di attività giovanili, di ogni possibile genere di volontariato che neanche si chiama con un nome: si dice solo “vado in comunità” ed è già ovvio che si va a far qualcosa che serve, qualcosa di bello.

Questa sera alla tivù israeliana, primo canale nientemeno, si vedranno ventisette minuti di una Torino splendida. La comunità ebraica fatta di generazioni che si rincorrono da ottocento anni, con la pacatezza così tipica e struggente del torinese. Avital Merkler ha girato il film, con occhi incredibilmente attenti. Io, prima, gli ho raccontato la mia Torino e la mia comunità, gli ho portato idee e storie da usare se voleva, mentre sedevamo nel caffè telavivese sotto casa mia.

Chiusa la distanza ideale fra Torino e Tel Aviv, buona visione a chi è in Israele. (Aruz1, 22:00-22:30)

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Seconda candelina e 24°C, gente in spiaggia fino al tramonto. Inverno a Tel Aviv.Channukka2

La dedico alla neve, che mi manca da quando ho fatto l’aliyah e l’ho abbandonata dall’altro lato dal Mediterraneo. Soprattutto l’ho abbandonata nelle domeniche rubate a Torino, per salire a fare la Cogne-Lillaz o la Valnontey, tutta roba da sciatori noiosi, fondisti come noi. Sudore e vestiti a strati, che poi si rimane in maglietta anche sotto zero.

Mica vero però che non ho mai visto la neve in Israele, blitz italiani a parte: il mio primo inverno israeliano, nelle altitudini di Gerusalemme, è stato il più freddo della mia vita, principalmente per via della mancanza di riscaldamento in casa. E ha nevicato ben due volte. Una volta, siamo rimasti tutti chiusi in casa due giorni: gli spalaneve non credo esistano nella Città Santa, e con dieci-quindici centimetri la città si immobilizza.

All’epoca studiavo ebraico all’Ulpan, che distava una buona mezz’ora a piedi da casa. Qui la neve non arriva all’improvviso, e qualche giorno prima le insegnanti han fatto lezione di previsioni del tempo, per insegnarci a capire nei notiziari via radio se le scuole (ulpan compresi) sarebbero state aperte o chiuse il giorno dopo. Io poi dalla radio, Reshet Bet, non mi sono mai staccata. Ne ho fatto il mio primario veicolo di ebraico corretto da ascolto, mattina e sera. Tutto grazie a quelle nevicate.

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