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Il paradiso in terra

Il paradiso in terra ha un nome, anzi due, come molti luoghi in Israele.

Ci sono arrivata dopo una gita sotto il sole cocente di inizio marzo, con un gruppo di variegati olim (nuovi immigrati) dell’Ulpan Etzion. Avevamo dormito in ostello, visitato archeologia, mangiato all’israeliana panini e insalate alle 10 del mattino (voglio il mio croissant!!), avevamo risalito il Golan, scalato un vecchio avamposto, guardato oltre il confine siriano, eravamo ridiscesi tutti beige di terra dalla testa ai piedi.

Gan3

Il passaggio del cancello a Sachne, o Gan HaShlosha è coinciso con la consapevolezza che stavamo entrando in paradiso.

Sfido chiunque ci sia stato in un giorno feriale a contraddirmi. Il verde intenso dei cipressi e degli eucalipti, i laghi di acqua azzurra e trasparente fino al fondo, pietre bianche tutto intorno, brezzolina leggera.

Nel weekend invece, il tutto è un tappeto di umanità vociante, barbecue e radio a tutto volume: com’è facile trasformare il paradiso in inferno. Basta aggiungere persone.

Dunque è stato un batter d’occhio: tutti in acqua chi vestito chi in costume, a ripulirci della terra e a perdere per qualche minuto il peso del corpo, galleggiando alla deriva, liberi e rinfrescati, sapendo che le cascate erano protette da una fila di pietroni.

Fosse sempre così, la vita.

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Seconda candelina e 24°C, gente in spiaggia fino al tramonto. Inverno a Tel Aviv.Channukka2

La dedico alla neve, che mi manca da quando ho fatto l’aliyah e l’ho abbandonata dall’altro lato dal Mediterraneo. Soprattutto l’ho abbandonata nelle domeniche rubate a Torino, per salire a fare la Cogne-Lillaz o la Valnontey, tutta roba da sciatori noiosi, fondisti come noi. Sudore e vestiti a strati, che poi si rimane in maglietta anche sotto zero.

Mica vero però che non ho mai visto la neve in Israele, blitz italiani a parte: il mio primo inverno israeliano, nelle altitudini di Gerusalemme, è stato il più freddo della mia vita, principalmente per via della mancanza di riscaldamento in casa. E ha nevicato ben due volte. Una volta, siamo rimasti tutti chiusi in casa due giorni: gli spalaneve non credo esistano nella Città Santa, e con dieci-quindici centimetri la città si immobilizza.

All’epoca studiavo ebraico all’Ulpan, che distava una buona mezz’ora a piedi da casa. Qui la neve non arriva all’improvviso, e qualche giorno prima le insegnanti han fatto lezione di previsioni del tempo, per insegnarci a capire nei notiziari via radio se le scuole (ulpan compresi) sarebbero state aperte o chiuse il giorno dopo. Io poi dalla radio, Reshet Bet, non mi sono mai staccata. Ne ho fatto il mio primario veicolo di ebraico corretto da ascolto, mattina e sera. Tutto grazie a quelle nevicate.

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