Tag Archive: Yom HaAtzmaut


“Medinat Tel Aviv” è la mia nuova colonna sul giornale storico “Kol HaItalkim”, la voce degli italiani d’Israele. Si chiama “Medinat Tel Aviv”, ovvero lo stato di Tel Aviv, con gentile autoirnonia, perchè noi telavivesi viviamo in un mondo tutto nostro che soprattutto chi abita a Gerusalemme guarda con un certo sospetto. E la comunità di ebrei italiani più nutrita è a Gerusalemme. Quindi, almeno in questo senso, quaggiù viviamo in periferia.

“Italia che passione”
Senza esser passati per almeno un anno a Gerusalemme, è ben difficile sentire la presenza degli Italkim in Israele. A meno di non andare nei kibbutzim del nord, dove alcuni Italkim sono diventati negli anni colonne portanti. O a meno di non sapere che c’è una mano italiana dietro a tutti i prodotti Made in Italy di una delle grandi catene di supermercati israeliani.
Quindi, all’arrivo in pianura a Tel Aviv, la presenza degli italkim storici si è limitata per me alla lettura dei nomi dal Libro della Memoria al Tempio di Ramat Gan – troppo lontano da poter frequentare a shabbat – e a visite al Beit Italia dell’Adei a Yafo – con o senza barbecue di Yom Hatzmaut.
A fare da contraltare a questa presenza rarefatta e in fondo generazionale, che si è giustamente ambientata ed israelianizzata lungo gli anni, c’è il trasporto con il quale i telavivesi esprimono il loro amore per l’Italia e per la lingua italiana. Scena tipica: al lavoro, in spiaggia, in posta, o in coda al supermercato, per una qualsiasi ragione mi si chiede da dove vengo, e io rispondo “Italia”. Non finisco di pronunciare la parola, arrivo si e no fino alla prima “a”, che già l’interlocutore comincia a profondersi in dichiarazioni di amore incondizionato per il mio paese d’origine e i suoi cibi meravigliosi, con tanto di enumerazione dei luoghi che ha visitato o vuole visitare al prossimo viaggio. Sembrerebbe che ogni telavivese sia stato in Italia dalle due alle cinque volte, o che stia per partire proprio fra pochi giorni, cosa mi consigli di vedere? Il cinquanta per cento delle volte il breve scambio termina con la richiesta di informazioni su insegnanti di italiano, dopo che ho detto che proprio no, io l’italiano non lo insegno.
Poi ci sono invece gli israeliani che hanno vissuto in Italia per lunghi periodi di tempo, spesso per studiare all’università, o quelli che senza esserci mai stati hanno imparato la lingua a casa, da genitori arrivati dalla Libia. E nella mia piccola Medinat Tel Aviv se voglio posso parlare in perfetto italiano con: il mio farmacista, il mio oculista, l’orologiaio che cita Battisti, diversi camerieri sulla Tayelet, un negoziante di vestiti, un numero allarmante di tassisti, il manager di un ristorante alla moda, il portiere dell’ufficio.
Poi certo che noi italiani di recente immigrazione ci sentiamo a casa, qui davanti al mare.

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Pubblicato sul “Kol HaItalkim” cartaceo, Anno XV n.58 Lug-Ago 2015 – Tamuz-Av 5775 
(si, esistono ancora giornali cartacei, giuro)

Kikar Rabin è cosí centrale per noi telavivesi che è una fortuna che non sia troppo vicina al mare, alle spiagge, ai turisti spensierati e caciaroni. La piazza è il nostro punto di raccolta quando serve essere vicini  nelle occasioni tristi come in quelle allegre.

Domenica sera ci siamo radunati per ricordare i caduti di tutte le guerre d’Israele, compresa quella mai finita contro il terrorismo. Stretti, come ogni anno, tutti in silenzio dopo ogni lettura o canzone, non importa quanto famoso l’attore o il cantante. Siamo tornati a casa col cuore gonfio e pochi ad occchi asciutti. Lo stesso palco, la stessa piazza, le stesse luci e gli stessi amplificatori serviranno stasera per rompere il lutto e festeggiare Yom Atzmaut. Stretti e accaldati, salteremo e batteremo le mani a ritmo con la musica liberatoria, e balleremo fino alla fine della notte.

Poi Kikar Rabin ritornerá normale, le due fontane una vuota e una piena di pesci e ninfee attireranno bambini e quei turisti che si avventurano verso l’entroterra. Il nome di Rabin risuona delle voci che attraversano la piazza rettangolare, ogni giorno che non è di assemblea telavivese. Ritorneremo in piazza ogni volta che succede qualcosa di straordinario.

Eravamo qui per il funerale di Arik Einstein; per il circolo di chitarre e musica simil-indiana che si ritrova ogni sei settimane per riempire di suoni morbidi il selciato ancora caldo dal sole; per la manifestazione dei migranti legali e illegali che lavorano le notti nei mille ristoranti della città ma non hanno uno status nè un visto; per il Giorno di Rabin, la manifestazione ormai diventata dei movimenti giovanili da Hashomer a Bnei Akiva compresi in ricordo di Itzchak Rabin, ammazzato in quell’angolo laggiù da uno di noi, un israeliano.

Rabin è diventato la sua piazza: un luogo che invita all’incontro, il cuore della città, il punto da cui parte ogni grido di dolore e di felicità, protesta e cambiamento. Bel destino, per un nome.

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Pubblicato su Pagine Ebraiche24 il 5 maggio 2104 –http://moked.it/unione_informa/140505/140505.html

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Le bandiere cominciano a sventolare dal giorno dopo Pesach, cioè due settimane prima di Yom HaAtzmaut (Giorno dell’Indipendenza, festa nazionale: fuochi d’artificio, scampagnate e barbecue d’ordinanza).

Dal mio arrivo in Israele, ogni anno – siamo al quinto – mi domando se la cosa sia organizzata in modo che nel giorno di Yom HaShoah, il nostro Giorno della Memoria, che cade proprio a metà fra fine Pesach e Yom HaAtzmaut, le bandiere bianche e blu abbiano già inondato il Paese, e con esse un’aria festiva. E’ il mestiere i qualunque bandiera, no, fare allegria?flags

Complice anche un deja-vu americano: il mio primo anno a Manhattan è stato il 2002, in pieno post-trauma da Undici Settembre, e tutta l’isola era stracolma di bandiere americane: ogni negozio, automobile, ogni entrata di palazzo. Stelle e strisce ubique.

In Italia l’inondazione di bandiere c’è stata invece nel marzo 2011, ma io non c’ero. Un reportage fotografico di mio padre mi ha avvicinata alla Torino  inedita, debordante di colori e quasi commovente. Era dalle Olimpiadi che non si vedeva tutto quel rosso. Torino quasi di nuovo capitale, eh, ci sarebbe forse piaciuto.

Che sia consolatorio o di pura celebrazione, tutto quel sventolare al vento di aprile non può fare che bene. Questa sera, vigilia di Yom HaShoah, come ogni anno sarò in un luogo affollato di giovani e di vecchi insieme; e soldati in divisa.

Fa bene al cuore vedere quel che siamo diventati, nonostante tutto, in sole tre generazioni.

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