Tag Archive: Yom HaZikaron


Kikar Rabin è cosí centrale per noi telavivesi che è una fortuna che non sia troppo vicina al mare, alle spiagge, ai turisti spensierati e caciaroni. La piazza è il nostro punto di raccolta quando serve essere vicini  nelle occasioni tristi come in quelle allegre.

Domenica sera ci siamo radunati per ricordare i caduti di tutte le guerre d’Israele, compresa quella mai finita contro il terrorismo. Stretti, come ogni anno, tutti in silenzio dopo ogni lettura o canzone, non importa quanto famoso l’attore o il cantante. Siamo tornati a casa col cuore gonfio e pochi ad occchi asciutti. Lo stesso palco, la stessa piazza, le stesse luci e gli stessi amplificatori serviranno stasera per rompere il lutto e festeggiare Yom Atzmaut. Stretti e accaldati, salteremo e batteremo le mani a ritmo con la musica liberatoria, e balleremo fino alla fine della notte.

Poi Kikar Rabin ritornerá normale, le due fontane una vuota e una piena di pesci e ninfee attireranno bambini e quei turisti che si avventurano verso l’entroterra. Il nome di Rabin risuona delle voci che attraversano la piazza rettangolare, ogni giorno che non è di assemblea telavivese. Ritorneremo in piazza ogni volta che succede qualcosa di straordinario.

Eravamo qui per il funerale di Arik Einstein; per il circolo di chitarre e musica simil-indiana che si ritrova ogni sei settimane per riempire di suoni morbidi il selciato ancora caldo dal sole; per la manifestazione dei migranti legali e illegali che lavorano le notti nei mille ristoranti della città ma non hanno uno status nè un visto; per il Giorno di Rabin, la manifestazione ormai diventata dei movimenti giovanili da Hashomer a Bnei Akiva compresi in ricordo di Itzchak Rabin, ammazzato in quell’angolo laggiù da uno di noi, un israeliano.

Rabin è diventato la sua piazza: un luogo che invita all’incontro, il cuore della città, il punto da cui parte ogni grido di dolore e di felicità, protesta e cambiamento. Bel destino, per un nome.

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Pubblicato su Pagine Ebraiche24 il 5 maggio 2104 –http://moked.it/unione_informa/140505/140505.html

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Di Marco posseggo una sola fotografia. E’ qui con me a Tel Aviv, in un lato non troppo esposto di una vetrinetta. Non è una foto qualsiasi: è quella che da bambina guardandola non capivo. Se è il nonno, perchè è in maniche di camicia, così casual, sotto un sole forte che abbaglia, e tiene nella mano destra quella che sembra una pipa? E se non è il nonno chi è? Nessuno in famiglia gli somiglia così tanto.Zio Marco

Era mio zio Marco. Lo zio che non ho mai conosciuto. Fratello grande di mia madre, fratello piccolo di mia zia. Nato durante la seconda guerra mondiale, come un grido di speranza nell’Italia già oltre orlo dell’abisso. Morto da soldato in un avamposto sul Canale di Suez, nel secondo giorno della guerra del Kippur. La polvere che si alza al passaggio dei tank, l’attacco degli egiziani, i nostri troppo avanzati, pare.

Trentun anni e una moglie, e una vita in Israele così voluta, così nel pieno della realizzazione. Inutile cercare in cielo o in terra, non ci si spiega e non ci si consola di un figlio e di un fratello prima disperso, forse prigioniero, poi definitivamente perduto. Senza un addio vero, lui che partiva come riservista, alle spalle pochi mesi di addestramento come tanti.

Il suo non ritornare dalla guerra ha cambiato per sempre la mia famiglia, e io, che a allora malapena camminavo, non ho mai conosciuto non solo lo zio Marco, ma anche la vita del prima, quando lui c’era e nessuno poteva pensare che sarebbe andato via così, dopo mesi atroci di attesa della restituzione dei prigionieri, e nessun addio.

Così domani sarò io, la nuova israeliana, a portare l’addio annuale nel giorno in cui si ricordano tutti i caduti di tutte le guerre. Sassolini italiani per la sua tomba, che si mescolino a quelli israeliani di Kiryat Sha’ul.

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http://www.izkor.gov.il/HalalKorot.aspx?id=94515

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